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Wednesday, October 19, 2011

"Agnelli scarica Del Piero", tanto rumore per nulla, anzi per poco


Il putiferio che si è creato dopo l’annuncio dell’addio alla Juventus di Alessandro Del Piero da parte del presidente Andrea Agnelli è francamente incomprensibile. Era una mossa preventivata e decisa in accordo con il capitano della Juventus, ha dichiarato successivamente Agnelli. Non c’è la certezza assoluta su queste affermazioni (Del Piero non ha ancora parlato). E certo, per quanto riguarda la questione del futuro posto da dirigente per Del Piero, la situazione non è chiarissima. Ma ciò che conta oggi è un’altra: che Del Piero avrebbe lasciato la Juventus alla fine di quest'anno era ri e strasaputo da mesi, anni.

In sintesi, già l’anno scorso doveva essere l’ultimo da giocatore del capitano della Juventus. Poi le cose sono cambiate per vari motivi, due su tutti: la pochezza tecnica e la scarsa personalità della Juventus di Delneri abbinata alla voglia e alla forma di Del Piero; e poi l’annuncio del nuovo stadio, araldo architettonico di una nuova era e di un nuovo modo di concepire il calcio (almeno in teoria, vedi lo schiaffo a Di Vaio), per la Juve e per il calcio italiano. La nascita dello Juventus Stadium, insomma, era un evento a cui un capitano glorioso come Del Piero non poteva mancare, non per pochi mesi per giunta.

Ciononostante, l’annuncio di ieri di Agnelli non doveva dare adito al folle sensazionalismo che ha spadroneggiato nei media. Esempio negativo, in questo senso, un servizio di Premium Calcio in cui ieri si diceva: “La cosa era risaputa ma non ci si aspettava un annuncio del genere da parte del presidente”. Ma non l’ha annunciato il presidente. Il ritiro alla fine della stagione 2011/2012 Del Piero lo aveva annunciato già più di un anno fa, sul suo sito e in varie interviste, come questa a Sky (cito testualmente): “Nuovo Stadio, rivoluzione culturale. Il mio ultimo anno alla Juve sarà vincente, non vedo alternative”. Dunque, dove sta il problema, anzi la notizia? Boh. Anche il direttore di Tuttosport De Paola ha scritto un editoriale su questa vicenda abbastanza surreale, che i maligni vedono come atta a destabilizzare l'ambiente.

L'unica cosa che si può rimproverare ad Agnelli è quella di aver anticipato Del Piero nel "confermare" o "reiterare" l'addio alla Juventus, forse per non essere messo alle spalle al muro da eventuali mosse a sorpresa del capitano (come il video dell'anno passato che, si dice, fece infuriare il presidente). Ma questa è un'altra storia che dipenderà unicamente dal rendimento di Del Piero in questo campionato. Se Del Piero e l'amico e compagno di mille vittorie Antonio Conte penseranno che sia giusto continuare ancora per un altro anno, anche il presidente Agnelli dovrà piegarsi al loro volere.

Saturday, August 20, 2011

"La sinistra ha abbandonato la gente" - Intervista a Per Petterson



Dopo lo straordinario “Fuori a rubar cavalli” (ed. Guanda), con il quale ha vinto l’Impac Prize 2007, sbaragliando Foer, McCarthy, Rushdie e Coetzee, lo scrittore norvegese Per Petterson ritorna nelle librerie italiane con il romanzo “I luoghi più lontani” (Guanda, 236 pp., euro 16,50). Un’opera di caratura e scrittura sopraffina, come Petterson ha già abituato i suoi lettori, seppur a tratti lentissima, straniante. Come in “Fuori a rubar cavalli”, anche qui l’azione si svolge in una glaciale, tragica famiglia nordica. Protagonista una bimba senza nome che sogna di andare a vivere in Siberia e che diventerà, tra peripezie, delusioni e abbaglianti flashback, una donna forte, indipendente. Ma anche cinica, fredda, a tratti imperscrutabile, gelidamente misteriosa.

Signor Petterson, quanta autobiografia c’è in “I luoghi più lontani”?

Non lo definirei un libro autobiografico. “I luoghi più lontani” è vagamente ispirato alla vita di mia madre, ma lei raramente mi parlava della sua gioventù. Perciò direi che “I luoghi più lontani” è un reinvenzione della vita di mia madre e, dunque, pura finzione.

Il personaggio principale non ha un nome, i suoi sogni vengono presto infranti, rimane incinta ma suo figlio non ha un padre. Perché? La “Zeit” l’ha definita un’eroina. Ma non è anche una vittima del mondo in cui vive?

Io credo sia un’eroina, senza dubbio. Dimostra di essere sempre se stessa, una donna indipendente, anche se non ha un nome, perché sinceramente non sono riuscito a darglielo. Ma certo, è anche una vittima della storia. Ma chi non lo è? All’epoca la condizione sociale delle donne non era certo delle migliori. Ma questo non vuol dire sia una vittima, perché altrimenti sarebbe come privarla della sua immensa dignità.

Quanto è difficile per uno scrittore scrivere da un punto di vista femminile?

In un certo senso, non mi è stato per nulla difficile. Certo, all’inizio ero un po’ nervoso e ho pensato di studiare i comportamenti delle mie figlie prima di mettermi a scrivere. Ma così non mi sentivo a mio agio. Allora mi son detto: “Sii un donna!”, con il seno e tutte le sue forme. Ci ho messo tre anni a scrivere questo libro e, in gran parte di quel periodo, mi sono sentito androgino.

In questo libro, ma anche in “Fuori a rubar cavalli”, lei è stato paragonato a Coetzee. È d’accordo?

Coetzee mi piace un sacco, ho letto tutto di lui e mi ha insegnato una massima che applico sempre per scrivere, ossia: “Pensa sempre a soffrire!”. Ma, almeno per “I luoghi più lontani” non c’è la sua influenza, né quella di altri scrittori. Lo sento solo mio.

In “I luoghi più lontani”, la Norvegia a un certo punto viene definita un paese “pieno di comunisti”. Lei è uno scrittore norvegese notoriamente di sinistra. Come giudica l’ascesa dei partiti di ultradestra in Norvegia e in Europa? Perché la sinistra arranca?

Sono convintamente di sinistra, mi definisco uno scrittore della working class, è da lì che provengo. Ma certo i partiti di destra hanno guadagnato terreno perché la socialdemocrazia europea non ascolta più i bisogni reali della gente, né condivide le sue gioie e paure. Al contrario, prende sempre più le distanze dal popolo.

Lei spesso ha scritto dell’invasione nazista nel Nord Europa, in “Fuori a rubar cavalli” e ora anche in “I luoghi più lontani”, stavolta comparando le allora reazioni antihitleriane di Norvegia e Danimarca. Perché?

A me non piace scrivere di guerra. È solo che, uno della mia generazione (sono nato nel 1952) è cresciuto con genitori segnati dalla guerra, quindi per forza di cose è un tema che ritorna costantemente nei figli. I norvegesi hanno provato a resistere per qualche tempo contro i nazisti. Invece, i danesi, almeno inizialmente, si piegarono subito all’aggressore. In Norvegia dobbiamo ringraziare re Haakon VII, figura fondamentale durante la guerra: resistette fino alla fine a fianco al suo popolo. Non a caso, è stato l’unico re “eletto” nella storia d’Europa nel 1905.

Lei è un uomo di sinistra. È però anche un grande ammiratore di Knut Hamsun, premio Nobel per la letteratura nel 1920, ma anche rinomato filonazista. Lei come fa ad ammirarlo, nonostante tutto?

Hamsun donò la sua medaglia del Nobel a Goebbels, scrisse il necrologio di Hitler, è stato una vergogna per tutti noi. Ma, allo stesso modo, non c’è dubbio che sia stato il più grande scrittore del mio paese. Che fare quindi? È un problema tutto norvegese che non possiamo risolvere e che, in fin dei conti, non dovremmo sforzarci di risolvere.

Secondo lei, le recenti stragi di Oslo e dell’isola di Utøya sono semplicemente opera di un folle come Anders Breivik o la colpa è anche di quei partiti ultrapopulisti che per anni hanno inculcato nelle persone una politica evidentemente intollerante?

Breivik non è un folle. Tutto quello che ha fatto, lo ha fatto lucidamente. Ma sarebbe ingiusto dire che c’è un filo diretto tra le sue azioni e l’ideologia di certi partiti, anche quelli norvegesi. Tuttavia, la melma ideologica in cui ha sguazzato Breivik è stata sicuramente preparata dalla demagogia di questi partiti.

Lei crede nel multiculturalismo in Norvegia? Qualche settimana fa, un articolo del New York Times diceva che a Oslo non c’è integrazione e cioè che gli immigrati nel suo paese “rappresentano una ‘sfida’ all’omogeneità culturale e religiosa norvegesi”.

Certo che si tratta di una sfida, come per ogni stato europeo. Ma credo che l’omogeneità culturale sia un concetto fuori moda. Multiculturalismo? Che significa? Se con questo si intende una nazione formata da tanti piccoli staterelli a seconda delle diverse culture, allora mi sembra una brutta idea. C’è uno stato norvegese, una lingua norvegese, una classe politica norvegese, un codice penale norvegese, punto. Con questo non voglio dire che gli immigrati non possano conservare le proprie tradizioni, lingua, religione, eccetera. Ma devono rispettare le nostre leggi.

Dopo la strage di Breivik, il premier norvegese Stoltenberg ha dichiarato che la Norvegia supererà la tragedia con ancora più democrazia e libertà. Quanto è cambiato il suo paese dopo quel tragico 22 luglio 2011?

La Norvegia è sicuramente cambiata, ma non so di quanto. Di certo, non tornerà sui suoi passi. Certo, il terrorismo può e deve essere combattuto con più democrazia. Mentre il mondo ora ci vuole più restrittivi e meno liberali. Ma il nostro futuro lo decideremo noi.

Crede che 21 anni di galera, il massimo della pena secondo il codice penale norvegese, siano sufficienti per un terrorista come Breivik?

Non spetta a me dirlo. Noi crediamo in un sistema liberale. E sicuramente, a questo proposito, ora non prenderei decisioni avventate, se fossi un politico. Ma, per fortuna, sono solo uno scrittore.

Da Il Riformista, 17/08/2011

Sunday, August 14, 2011

La rivoluzione dei tamarri


UK RIOTS. I giornali non ne parlano, ma blogger e commenti agli articoli accusano: "Sono stati i chavs a devastare le nostre comunità". Storia di coatti oltremanica, in una terra da sempre chioccia di "giovani arrabbiati".

Era il 2009 quando un sondaggio della società Lactofree impilò in una classifica le cento cose che più irritano i britannici. Superando “pestare una cacca di cane”, “connessione Internet lenta” e “addetti stranieri ai call center”, sul podio arrivarono: “le persone che puzzano”, i “tailgater”, e cioè coloro che ti tamponano perché non rispettano la distanza di sicurezza e, medaglia d’oro, i “chav”. Lactofree sentenziò a caldo: “Questo sondaggio mostra la nazione intollerante che siamo”.

Il 4 agosto 2011, dopo l’uccisione del 29enne Mark Duggan nel distretto di Tottenham a Londra, è esplosa in Gran Bretagna, abbagliata dai sanguinosi flashback di Brixton (e, in parte, di Oldham e Bradford), una rivolta giovanile e ultranichilista, all’inizio perpetrata principalmente dalla comunità nera solidale con Duggan - lo dimostrano i primi video e foto segnaletiche diffuse dalla polizia. Poi però, giorno dopo giorno, si sono visti tra i “riots” sempre più ragazzini bianchi. Tutti erano vestiti allo stesso modo: tuta, scarpe da ginnastica e “hoodie” (le felpe con cappuccio). Tutti dilaniavano negozi e sgraffignavano scarpe, vestiti, stereo, bottiglie di vodka e vino bianco. I quotidiani, pure i tabloid più beceri, si sono sforzati nel non dare ai vandali appellativi politicamente scorretti. Sui blog e negli stessi commenti online agli articoli, invece, quei teppisti sono stati subito denominati “chav”: subito si sono moltiplicate scritte come “rieccoli”, “Chavapocalypse”, “Primavera chav”, “Rivolta chav” e più aspri “basta con la feccia chav”, “i chav fanno schifo”.

I “chav” sono innanzitutto i “tamarri” del Regno Unito. Vestono immancabili tute di marca (spesso taroccate), scarpe da ginnastica bianche, hoodie. E poi, dipende dai gusti, bracciali, catenine, catenone, cappelli da baseball o, addirittura, indumenti stile “tartar” o “Burberry” - che negli anni Zero ha fatto carte false per dissociare il proprio nome dai suoi numerosissimi clienti chavs. Di norma, ascoltano rap e hip-hop. In tv, guardano reality show e Grande fratello.

Per il resto, i chav in Inghilterra sono considerati i figli minori degli hooligan e della working class più disagiata. Hanno vari nomi a seconda delle città (“scallie”, “schemie”, “townie” e via dicendo) e repliche simili in Irlanda (“skanger”), Scozia (i terribili “N.e.d”, ossia “non educated delinquents”), Irlanda del Nord (“spide”), Russia (“gopnik”), Polonia (“dres”). Oltremanica, sono minorenni notoriamente villani. O, nel peggiore dei casi, violenti, alcolizzati, drogati. Insomma, inquietanti paladini dei “comportamenti antisociali” e/o della delinquenza minorile, piaga delle periferie industriali britanniche da tempi immemori, dai romanzi di Charles Dickens ai drughi violent-chic di “Arancia Meccanica”, dall’underground frantumato di “Niente per bocca” di Gary Oldman alle ultime, folli estati inglesi, insanguinate da accoltellamenti tra giovanissimi. I chav/ned/scallie vengono spesso identificati come ragazzini problematici, rissosi, prevalentemente di carnagione chiara. Da ostici ventriloqui quali spesso sono, parlano uno slang criptico, così maciullato da essere incomprensibile al di fuori dell’eventuale gang a cui appartengono. Per fermarli, Tony Blair nel 1998 si inventò gli “Antisocial behaviour orders” (Asbo) contro furtarelli, schiamazzi, atti vandalici e violenze varie sul suolo brit.

Ciononostante, la Gran Bretagna, più che di indignati, è stata sempre chioccia di giovani arrabbiati, vedi lo straordinario movimento letterario degli “Angry Young Men”, scatenato negli anni Cinquanta da Alan Sillitoe, Kingsley Amis e dal primo Harold Pinter, che esecrava ogni autoritarismo e convenzione sociale per non morire in una nazione “drogata di tè e aspirine”. È la patria del punk e dei Sex Pistols, lontani parenti anarco-nichilisti degli attuali riot, che qualcuno ha addirittura paragonato alla rivolta dei contadini dell’Essex del 1381 e che altri avevano in un certo senso già profetizzato: il sito www.chavtowns.co.uk, per esempio, include da tempo un’analisi semiseria delle dieci comunità britanniche più “infestate da chav”. Sarà un caso, ma in sette di queste dieci località sono scoppiati, in questi giorni, disordini: Hull, Bradford, Croyford, Hackney, Salford, “Barking-Dagenham” e, ovviamente, Tottenham.

Tuttavia, nonostante parte della società britannica ora li accusi di aver devastato interi quartieri, il termine “chav” (la cui etimologia più veritiera lo fa risalire al romani “chavi”, “bambino”, simile allo spagnolo “chaval”) ha da tempo innescato una feroce diatriba socioculturale. “Chav”, infatti, ha anche un significato più ampio, ossia “poveraccio” o “figlio della working class” ed è stato spesso usato dai tabloid brit per ex ragazzacci diventati vip come Wayne Rooney. Ma per i più intransigenti, vedi la Fabian society, il suo uso è considerato “snob e decisamente offensivo nei confronti delle classi lavoratrici”. A questo proposito, solo qualche mese fa aveva fatto scalpore in Gran Bretagna l’uscita del libro Chavs: the Demonization of the Working-Class (ed. Verso) di Owen Jones, che sottolinea come la società britannica sia diventata negli anni sempre più classista e ghettizzata. A fare le spese di questa ruggine sociale “made in Thatcher”, secondo Jones, è stata la working-class, mai così vituperata e disprezzata come oggi.

Eppure, già nel 2009, uno studio dell’Associazione degli insegnanti evidenziava come la società britannica covasse un “massiccio numero di überchavs”, ossia schiere di nullafacenti, indifferenti a ogni stimolo educazionale o professionale. Insomma, una minaccia sociale. La storia oggi si ripete ma si corona di violenze inaudite e va oltre ogni rivendicazione/giustificazione ideologica. Certo, persiste un sostrato di questione etnica. Ma i problemi dei violenti e dei chav più efferati, sono principalmente due: un consumismo vissuto in maniera sfrenata e allucinata, come in questi giorni ha giustamente sottolineato Zygmunt Bauman e che, come rimarcava molti anni fa Jean Baudrillard, tramite la pubblicità impone un mondo fittizio e dunque una pericolosa disconnessione del mondo reale. E poi la debolezza dei genitori e dell’educazione familiare, vedi l’acuto editoriale di Paolo di Stefano sul “Corriere della Sera” di venerdì scorso.

Ma questo non significa giustificarli. I colpevoli sono indubbiamente “teppisti”, come ha detto Cameron, clamorosamente paragonato giovedì scorso dal “Fatto quotidiano” a Mubarak e Gheddafi proprio per questo suo appellativo. Ma gli oppositori di Mubarak e Gheddafi lottano per la libertà. I vandali e i chav più violenti, invece, per il nichilismo e “l’anarchia nel Regno Unito”, come già cantavano i Sex Pistols nel 1976: “Non so cosa voglio, ma so come prendermelo, voglio distruggere il passante”, per poi profetizzare: “Il tuo sogno futuro sarà quello di fare la spesa”. Una spesa più anarchica che proletaria e che ha risparmiato le librerie, gli unici negozi rimasti intatti al passaggio degli ultimi “riot” d’Inghilterra. Il motto “Education, education, education” di Tony Blair è rimasto miseramente inascoltato.

Wednesday, May 18, 2011

Perché anche l'Irlanda canta "God Save the Queen" - Intervista a Colm Tóibín



L’ultimo monarca di Londra in visita a Dublino era stato il nonno dell’attuale Regina, Giorgio V. Correva l’anno 1911 e l’Irlanda non aveva certo dimenticato le terribili carestie del 1845 che la regina Vittoria aveva snobbato. Eppure gli annali recitano che «una folla calorosa di irlandesi» accolse Giorgio V, il quale si au- gurò di essere presto emulato dal suo successore. Il XX secolo andò in modo diverso. E undici anni dopo - quasi tre dei quali di guerra - nasceva lo Stato libero d’Irlanda, ma senza le sei contee settentrionali. La calorosa e accogliente Ir- landa non si è però smentita con la visita di Elisabetta II. Visti gli ultimi rigurgiti dell’Ira, anche giornali populisti come Irish Independent e Herald hanno tenuto un profilo molto istituzionale. E i politici locali hanno tessuto ogni lode possibile alla Regina, tra questi persino l’ex acerrimo nemico Gerry Adams. I manife- stanti anti-Regina ieri sono stati poche decine. Il fascino della Co- rona è sempre vivo in Irlanda. E l’ultimo sondaggio dell’Irish Independent dava l’80 per cento dei cittadini favorevole alla visi ta di Elisabetta II.

Certo, non sono mancate le voci fuori dal coro, come quelle dei repubblicani più oltranzisti o di supervip come l’ex leader degli Smiths, Morrissey, nato a Manchester ma di genitori irlandesi, che su Hot Press ha dilania- to la Regina e la monarchia bri- tannica, in quanto «antidemocra- tica» e «fascista». Le note di God Save the Queen nel Garden of Remem- brance di Dublino, che comme- mora gli irlandesi caduti per ro- vesciare proprio il nonno di Eli- sabetta II, sono un affronto per i più intransigenti. Così come la Regina in visita al Croke Park di Dublino, lo stadio dove ebbe luo- go il massacro del Bloody Sun- day del 1920. «Ma pure lì ha già risuonato God Save The Queen e io c’ero: Irlanda-Inghilterra, Cinque Na- zioni di rugby 2007. Ma nessuno se lo ricorda», commenta al Riformista Colm Tóibín, uno de- gli scrittori irlandesi più famosi e apprezzati in Gran Bretagna e nel mondo, autore dell’ultimo ro- manzo Brooklyn(ed. Bompiani). Tóibín, che è cresciuto in una fa- miglia protestante nel cattolico sud dell’isola e aveva un nonno nell’Ira, si dice «entusiasta della visita di Elisabetta in Irlanda, ma anche un po’ triste, perché tutto questo sarebbe potuto avvenire molti anni fa. Sa, gli irlandesi so- no tremendamente simili agli in- glesi. Io stesso, irlandese, ho pub- blicato i miei libri a Londra prima

che a Dublino. Ma va bene così: la storia è affascinante perché ci sorprende sempre». Sulla questione Ulster, Tóibín dice che gli accordi del Venerdì Santo sono oramai una pietra mi- liare per l’intera popolazione: «Il 99 per cento degli irlandesi prova disgusto nei confronti degli ulti- mi atti di terrorismo in Irlanda del Nord. Anche i cattolici hanno ac- cettato la pace, entrando sempre più nelle forze dell’ordine di Bel- fast nonostante le intimidazioni. I terroristi hanno perso». E di suo nonno, militante del- l’Ira, ha un ricordo preciso: «Quello per cui ha combattuto, ossia un’Irlanda libera e indipen- dente, oggi esiste. E io sono fie- ro di essere nato in questo Stato. Il resto non conta». Così i “porci” irlandesi nell’Inghilterra degli an- ni 60, il silenzio di Elisabetta sul mortale sciopero della fame di Bobby Sands, le pungenti ironie del figlio Carlo sui devoti di San Patrizio, oggi contano molto me- no. Del resto, in un momento co- sì arduo per l’economia irlande- se, la visita di Elisabetta II, che pure è costata 30 milioni di euro in sicurezza, sarà, con quella im- minente di Obama, «un grande stimolo per il turismo e per l’eco- nomia», assicurano gli enti turi- stici irlandesi. Insomma, Dio sal- vi la Regina, da oggi anche in Ir- landa.

Sunday, January 30, 2011

La Histoire di Barack "O", un ex sognatore nel 2012


A PRESIDENTIAL NOVEL. Un romanzo anonimo sul presidente degli Stati Uniti comincia a scaldare le prossime elezioni. È stanco, irritabile, vuole solo giocare a golf, si sente «castrato», sa che la retorica stavolta potrebbe non bastare. Fiction o triste realtà di un (ex) prodigio della politica? L’America spettegola. L’autore, «molto vicino a Obama», sarebbe un insospettabile: il ghost writer di John McCain.

di Antonello Guerrera

Chi sarà mai lo scrittore misterioso di O – A Presidential Novel, che ufficialmente fa di nome “Anonymous”? Se lo stanno chiedendo da giorni i principali commentatori e giornalisti americani che si sono visti recapitare a casa questo romanzo pseudodistopico sulle elezioni presidenziali del 2012 e sul lato oscuro della luna (calante) di Obama. Romanzo che dunque ha fatto scalpore prima della pubblicazione stessa da parte di Simon & Schuster (368 pp., $ 25,99), annunciato da una manciata di mail interlocutorie sul conto dell’opera e, ovviamente, dell’autore. Del tipo: «Non chiedete ulteriori informazioni a impiegati o collaboratori della S&S, è inutile». Oppure: «Chi conosce l’autore non risponda ad alcuna domanda di qualsivoglia giornalista». O ancora, l’unico, succulento indizio diffuso dalla casa editrice: «L’autore è stato legato allo staff della comunicazione del presidente Obama». Quindi una spia? Un epurato? Un ribelle?

Piccoli ma pesanti (e furbeschi) sassolini sufficienti ad agitare lo stagno politico-letterario d’America, già avvezzo, tuttavia, a scherzi del genere. Così, il primo indiziato contro il quale è stato puntato il dito dei giornalisti-scommettitori è stato l’editorialista americano Joe Klein, che già nel 1996 – ed era sempre gennaio – aveva pubblicato True Colours. Un romanzo a chiave - come ci diceva la maestra a scuola - sulla campagna presidenziale del 1992 e tutte le marachelle dell’ex inquilino democratico alla Casa Bianca Bill Clinton. Un'opera tra fiction e realtà, figlio del New Journalism (stavolta l’eliotiano New Criticism c’entra poco), che tuttavia aveva già avuto un illustrissimo precedente, seppur non anonimo. E cioè quel Tutti gli uomini del re del pluripremio Pulitzer Robert Penn Warren, pubblicato in patria nel 1946 con protagonista il populista “di sinistra” del profondo Sud Willie Stark, profondamente ispirato al demagogo governatore della Louisiana Huey Long, assassinato nel 1935.

Ma Klein ha subito respinto le illazioni. E sinceramente perseverare sarebbe stato, se non diabolico, quantomeno ridicolo. Allora i bookmaker si sono scatenati prima su alcuni vicinissimi a Obama come Rahm Emanuel e David Plouffe, poi sui giornalisti Richard Wolffe (ex Newsweek), Lawrence O’Donnell (Msnbc) o addirittura un certo James Bruno per via dell’omonimia di un “aide” sfigatello di nome Walter Lafontaine, personaggio presente e nel suo Permanent Interests del 2006 e in O dell’Anonimo, come vedremo in seguito.

L’ultima indiscrezione (è dell’altroieri), che però Time considera ormai provata dalle sue talpe che avrebbero fatto breccia nel muro omertoso di Simon & Schuster, è quella di Mark Salter. Un collaboratore di John McCain di lunga data, anche alle elezioni del 2008: cinquantacinque anni, vive con la famiglia ad Alexandria (Virginia) nei mesi freddi, nel Maine in estate. Si guadagna da vivere facendo il ghost writer per i repubblicani, ma non solo. I motivi del suo accostamento al misterioso demiurgo di O sono vari. Dopo il lancio di Time, il pungente sito d’informazione Politico – che pure con Salter aveva avuto più di qualche incomprensione in precedenza – ha individuato la «prova» nello stile di O, dopo averlo ovviamente comparato con le pubblicazioni precedenti del senatore dell'Arizona scritte a quattro mani con Salter, tra cui il bestseller autobiografico Faith Of My Fathers.

Non solo. Lo stesso Salter, dopo le elezioni perdute da John McCain, aveva dichiarato a mezzo stampa che avrebbe sprecato meno energie per il ghostwriting, dedicandosi così alla fiction. Il risultato dei suoi sforzi romanzeschi, tuttavia, non è mai venuto alla luce, almeno ufficialmente. Anzi, Salter tempo fa ha pubblicamente ammesso la sua sconfitta. Ma c’è chi giura che quell’annuncio fosse un semplice depistaggio per allontanare i più curiosi. Lui, contattato dai media americani nicchia e si trincea dietro un «no comment», spesso condito da un più inacidito «pensate ad altro invece che a me».

Del resto, qualora fosse Salter il vero autore di O, svelare adesso l'arcano non sarebbe stato certamente furbo, né conveniente, visto il “buzz” e il passaparola che l’intelligente trappola commerciale di Simon & Schuster ha scatenato. Trappola nella quale sono caduti molti critici, tra cui la tremenda e temutissima nippo-americana del New York Times Michiko Kakutani (colei che Norman Mailer gentilmente ribattezzò «kamikaze» dopo una stroncatura), che ne ha scritto prima di tutti – distruggendolo a gogò, ovviamente. Il libro, c’è da dire, non ha ancora fatto breccia tra i lettori – sino a ieri era a trecentesimo posto inoltrato secondo le estemporanee classifiche di Amazon. Ma ha coinvolto molto, per alcuni troppo, gli addetti ai lavori. Perché?

O – A Presidential Novel, innanzitutto, è il primo vero “romanzo politico” dell’era Obama, con un occhio ciclopico sulle prossime elezioni del 2012, che i risultati del midterm hanno reso uno spauracchio per l'attuale Amministrazione. Il libro prova a tracciare – seppur con una certa cautela - gli scenari futuri che attendono la sfida tra asinello ed elefantino. Ma soprattutto, dipinge un ritratto del primo presidente afroamericano della storia Usa ben diverso dall’eccelso predicatore di sogni che sinora abbiamo conosciuto. Ecco perché, l’unico sagace indizio di Simon & Schuster è stato quello di annunciare l’autore come un insider vicinissimo a Obama. La conferma di Salter, in questo senso, ne inficerebbe, e non poco, le premesse-bomba.

Il titolo, inoltre, non poteva essere una scelta migliore. Sebbene in chimica sia elemento di ampio respiro, la “O”, nella letteratura mondiale, ha spesso rappresentato un enigma, un aspirante samizdat, spesso erotico, e comunque misterioso. Senza scomodare Ornella Vanoni o O come Otello di Tim Blake Nelson, La marchesa di O. di Heinrich Von Kleist potrebbe essere un buon esempio a tal proposito. Ma ancora più calzante è il romanzo erotico Histoire d’O pubblicato nel 1954 dalla francese Pauline Réage, misterioso pseudonimo di Dominique Aury, a sua volta pseudonimo di Anne Desclos. Tra l'altro, “The O.” è stato anche un movimento politico (e violento) maoista nell’America degli anni Settanta. Giusto per dare l'immancabile eco alle cassandre socialiste e comuniste che i nemici di Barack Obama fanno spesso risuonare.

Ad ogni modo, Obama in O è un personaggio più che insipido, egocentrico, a tratti inaffidabile, anche se mascherato dietro l’(in)utile pseudonimo di “O”, appunto. Ma è una schermatura sottilissima, trasparente. Perché O, nonostante si legga dall’introduzione che «il riferimento a fatti e persone sia da ritenersi puramente casuale», è palesemente Barack Obama: trattasi di un presidente nero, con una moglie avvenente e due figlie, accusato di essere “musulmano” e così via. “O” però, dopo le elezioni di mid term, è stanco, terribilmente esausto. Sa che il suo “change” non ha cambiato più di tanto l’America, sa che i sondaggi, anche se li nega persino con i suoi advisor, sono tutt'altro che favorevoli, sa che la fortuna è una ruota e che «le più grandi sconfitte arrivano quando ci si crede fortunati». Così O pensa solo a giocare a golf: «Cristo, cosa avrebbe dato per avere qualche ora senza scocciature per fare qualche colpo. (…)», si legge. «I Ceo possono giocare a golf. I generali possono giocare a golf. I membri del Congresso possono giocare a golf ogni cavolo di weekend. Ma se il Presidente si fa una partita nel fine settimana (…), la stampa lo dipinge come un pazzo in un servizio trasmesso subito dopo uno sull'Afghanistan», si lamenta.

È un Obama “O” decisamente in dirittura di arrivo quello che l’Anonimo, tra molta fiction e chissà quanta realtà, descrive. Svogliato e irritabile, minacciato anche da un paio di scandali poco nobili (uno, più laterale, è di stampo sessuale) con sempre meno fiducia nei suoi collaboratori – tanto che alla vigilia delle elezioni del 2012 si scriverà i discorsi da solo. O sbotta anche per le critiche mediatiche di una storica (e vera) foto del 2009 che lo vede rapito dal lato B di una fanciulla: «Gesù mio, cosa volete, che questo cazzo di lavoro mi castri pure?», si lagna. Battuta tra l’altro neanche nuovissima, in quanto già riferita, ma questo successe nella vita reale, da un altro Presidente, ossia quel Grover Cleveland che nel 1884 rispose più o meno per le stesse rime ai repubblicani che gli rinfacciavano un figlio fuori dal matrimonio: «Cosa preferivate, un eunuco?», sbraitò l'ex Presidente.

Tuttavia, O non è neanche il vero protagonista del romanzo, posto occupato invece dallo staff della comunicazione del Presidente, alle prese con una rielezione tutt'altro che facile. Un altro interessante aspetto dell'opera per i non addetti ai lavori. Ma certo gli occhi del lettore si spostano sul fantomatico (o meno, chi lo sa?) Obama. Che nel 2012 dovrà sfidare il temibilissimo repubblicano Tom Morrison. Un politico in ascesa, che ricorda un po’ McCain per il record militare, un po’ Romney per la moralità, ma anche, e forse soprattutto, l’emergente Marco Rubio. La Palin, che qui si chiama “Barracuda”, nonostante sia un idolo dei Tea Party, non la spunta e O se ne dispiace perché sa che sarebbe stato un avversario molto più debole.

E invece, gli tocca Morrison. E così O capisce che la retorica non è tutto in politica, che dalle finestre della Casa Bianca non è riuscito a capire cosa stesse succedendo all’America e che, oramai, è sempre più solo. Tra le righe, il vero simbolo del divorzio tra Obama e l’America, seppur la narrazione si fermi alla vigilia delle elezioni 2012, è il rapporto con un vecchio, ma giovane, collaboratore abbandonato. Quel Walter Lafontaine che O aveva scaricato nella sua scalata verso il potere e che ora, nonostante il presidente lo rivoglia nel suo staff, declina gentilmente tutte le sue offerte. Simbolo di un matrimonio oramai incartapecorito tra Barack e gli Stati Uniti, almeno stando all'Anonimo. Non a caso il libro si chiude con due parole sintomatiche: “discontented dreamers”, “sognatori delusi”. Nel 2012 i bambini americani, e pure i più grandicelli, non fanno più “O”.

Da Il Riformista, 30/01/11

Sunday, January 9, 2011

La coda di "Mr Paglia" Jack Straw: "Certi pachistani se ne approfittano della carne bianca delle nostre ragazzine"


Per alcuni pachistani del nostro paese le ragazze bianche rappresentano “carne facile”». A parlare politicamente scorrettissimo non è il leader del British National Party Nick Griffin - che comunque ha subito colto l’occasione per sbuffare «Visto che avevo ragione?». Né il più conservatore del partito del premier David Cameron. Ma, incredibile a dirsi, “Mr. Paglia”, ovvero Jack Straw. Oggi parlamentare da Blackburn, ieri ministro dell’Interno e degli Esteri di Blair, nonché ministro della Giustizia con Gordon Brown. Insomma, una sontuosa colonna laburista che l’altro ieri sera, al programma Nightnews della Bbc, ha clamorosamente ammesso che ci sono «pachistani» che stuprano serialmente le ragazzine britanniche, «bianche e vulnerabili», perché, secondo loro, di facili costumi. Ne è seguita una bufera mediatica e politica, ovviamente.
Un semplice raptus di follia per Straw? Non proprio. L’ex ministro laburista si è lasciato andare in diretta nazionale dopo che in Gran Bretagna è ufficialmente (ri)esplosa la fobia delle gang di stupratori stranieri, vittime le minorenni bianche adescate con alcol e droga. La prima miccia l’ha accesa il Times, a inizio settimana, per aver rivelato dati shock sulle violenze sessuali del Regno, mai rivelati prima dalle istituzioni perché «socialmente pericolosi», in nome della multiculturale «congiura del silenzio». In sintesi: dal 1997 a oggi, su 17 casi di stupro di gruppo nei confronti di ragazzine di età tra gli 11 e i 16 anni, sono state condannate 56 persone. Di queste solo tre sono bianche “brit”. Le restanti 53 di origine asiatica: cinquanta di fede musulmana, la maggioranza dalla comunità pachistana. Diventata così, checché ne dica Frears in My Beautiful Laundrette, la culla degli stupratori del terzo millennio britannico, dopo gli indiani degli anni Sessanta e le gang afro-caraibiche dei Novanta.
Ma la seconda e decisiva miccia per lo sfogo di Straw è stata la condanna, poche ore prima del suo intervento alla Bbc, di due stupratori seriali (non ancora 30enni) di minorenni bianche, anch’essi di origine pachistana e, a loro dire, «musulmani devoti». Straw non ha resistito a mettere il dito in una piaga, quella delle “sex gang” straniere, troppo bollente dopo l’articolo del Times. Reportage che ha riacceso i fantasmi del “razzismo al contrario”, nei confronti delle mi- norenni britanniche bianche. L’ex ministro, dopo aver ammesso tra le righe il tragico fallimento del multiculturalismo Labour, diventerà forse un novello Sarrazin, ma certo i dati del Times sono incontrovertibili. Persino il sito della Bbc, ieri, aveva creato un forum paritario pro e contro Straw. Segno che qualcosa è cambiato. C’è chi si chiede perché Straw abbia parlato solo ieri e non quando era ministro, visto che il fenomeno ha radici nella fine del secondo millennio. Probabilmente, per la classica coda di “Mr.” Paglia.

Da Il Riformista, 09/01/10
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