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Monday, August 16, 2010

Il cantico delle periferie perdute che ha conquistato il mondo

ARCADE FIRE. Sono in sette, hanno esordito con un album ispirato da una serie di incredibili lutti, con l'ultimo “The Suburbs” hanno scalzato Eminem dalla vetta delle classifiche di tutto il mondo. Genesi della band canadese di Win Butler e della moglie Régine che urlano i malesseri di una generazione fallita.

di Antonello Guerrera
La stragrande maggioranza degli italiani non se n’è accorta, ma la musica degli Arcade Fire entra ogni sera, sottilmente, nelle loro case. La sigla del programma di approfondimento politico Otto e mezzo di La7, guarda caso, è un estratto di Rebellion (Lies), canzone di questa giovane e geniale band canadese, che proprio in settimana ha definitivamente scalzato Eminem dalla vetta delle classifiche di vendita di tutto il mondo grazie all’ultimo album The Suburbs. Uno struggente cantico delle “periferie”, inebriante e irresistibile, carbonico e brioso, levigato di intelligente piattume. Senza dubbio tra i migliori dischi dell’anno. Ma è anche vero che The Suburbs è un album di complessità ed emozioni inferiori rispetto ai due precedenti Neon Bible (2007, titolo dai predicatori religiosi estremisti della tv) e soprattutto Funeral del 2004, capolavoro assoluto degli anni Zero. Paradossalmente, però, proprio il loro album peggiore ha elevato nel definitivo olimpo della musica gli Arcade Fire, già definiti da Chris Martin «la migliore band del mondo», e da Bono degli U2 un gruppo «con le palle».
Verissimo, se solo si pensa che gli Arcade Fire sono un’orchestra rock di Montreal composta da ben sette membri fissi, più eventuali aggiunte durante i live. Tutti i componenti della band suonano una moltitudine di strumenti - dalla batteria allo xilofono, dal violoncello all’arpa, dalle chitarre al sintetizzatore - tanto che durante i concerti si scambiano i ruoli senza ritegno. Il frontman fa di nome Win Butler, un mistico werther americano (ma presto trapiantato in Canada) che pare uscito dal remake della Famiglia Addams, cresciuto a iniezioni di solitudine e credo mormonico nella periferia di Houston, prima di trasferirsi definitivamente a Montreal, dove ora il gruppo risiede.
L’altro protagonista degli Arcade Fire è l'unica donna della band Régine Chassagne. Che, ovviamente, oltre a saper cantare, sa anche suonare la batteria, il piano, la fisarmonica, lo xilofono, la ghironda, eccetera. E che, altro particolare non trascurabile, è divenuta la moglie del frontman Butler nel 2003, subito dopo la fondazione del gruppo. Entrambi guidano non solo una famiglia, ma anche una band. Da adepti del Québec, parlano e cantano in inglese e francese, anche se le famiglia di Régine non viene dal Canada, ma dalla disastrata Haiti. Da dove, poco prima che lei nascesse, i genitori sono sfuggiti alla dittatura di Jean-Claude Duvalier. Uomo nero che la Chassagne sciabola proprio nella canzone Haiti, tratta dell’album d’esordio Funeral: «I miei cugini mai nati perseguiteranno per sempre le notti di Duvalier».
Insieme agli altri componenti - tra cui William Butler, fratello di Win, e un percussionista matto shakespeariano che nei concerti rischia la vita arrampicandosi sulle impalcature -, Win e Régine hanno costruito, insieme agli Strokes, la più grande realtà della musica indie del terzo millennio. Dalla loro nascita, gli Arcade Fire, che nel 2006 hanno acquistato una chiesa sconsacrata a Farnham (vicino Montreal) per farne il loro studio di registrazione privato, hanno costretto tante giovani band a emulare il loro unico e irripetibile sound, che spazia dall’elettronica al barocco, da una lucida new wave alla classica più commestibile, dall’anthem rock al pop visionario, dalla critica alla Vonnegut all’elogio di Blake. Ma soprattutto, gli Arcade Fire sono i cantori della società postmoderna, di quelle “generazioni y” che aspettano, da «uomini moderni», qualcosa che non arriverà mai perché bruciate, stritolate tra la morte delle ideologie novecentesche e la violenza, materiale e spirituale, dei giovanissimi, imperscrutabili teenager. Intorno, tra palazzoni, inquietanti centri commerciali e guerre tra band under 15, c’è il vuoto assoluto, una società alla morfina, in attesa di una sfocata apocalisse che si nasconde in ogni piaga sociale - anche se, da ultraobamiani quali sono, un minimo di speranza negli Arcade Fire ci dovrà pur essere.
Il racconto di questa turpe realtà contemporanea è il succoso nocciolo dell’ultimo The Suburbs. Album che, per la materia trattata, è meno coinvolgente dei precedenti, ma più fresco e soprattutto più pop. Forse non rimarrà nella storia della musica, ma è il passepartout ideale per conquistare il pubblico mondiale e veicolare le autentiche opere d’arte precedenti, in primis Funeral: disco di sconvolgente e tragica bellezza - il titolo non a caso viene dalla caterva di lutti familiari che ha colpito la band durante la sua registrazione -, un mondo parallelo di lucida paranoia metropolitana. Perciò ci sono quattro canzoni/capitoli del loro etereo romanzo che si chiamano Neighborhood, ovvero “quartiere”, che viaggiano tra un'adolescenza amorfa e la caccia a un sospiro vitale tra le periferie di Houston.
The Suburbs, album che Butler ha definito figlio dei Depeche Mode e di Jeff Buckley e che parte con l'omonimo pezzo che pare il remake drogato del Ragazzo della via Gluck, è lo sbocco naturale, disilluso e anestetizzato di Funeral, soprattutto se si pensa al gioco di luci tanto caro agli Arcade Fire. Se nel 2004 le ombre e abbagli delle loro canzoni si susseguivano schizofrenici su di un palco tormentato, incapaci di allietare le anime afflitte dei sobborghi delle metropoli (da «i vicini possono ora ballare nelle luci da discoteca della polizia» a «le luci delle strade sono tutte bruciate, une année sans lumiere»), in The Suburbs si passa, come nella bifronte Half Light, da «nella luce a metà saremo liberi» a «ho bisogno delle tenebre, qualcuno distrugga le luci». Il tutto perché la realtà “illuminata” e sporcata dalla crisi economica non può essere più vissuta come prima.
In questo senso, è emblematica la copertina pastello dell’album, una macchina vuota e ferma in modalità drive-in. Ma davanti non c’è né un grande, né un piccolo schermo (la tv è un incubo dichiarato degli Arcade Fire), bensì una casa, «dalle finestre insufficienti per ascoltare le voci umane, si sente solo un'eco» (Half Light I). Eco che si insinua anche nei testi, forgiati da un inglese a tratti anche troppo semplice, dove alcune parti sono copia-incollate tra le diverse canzoni. Eco che risuona straziante in Rococo, dove i bambini moderni cantano canzoni orrende e incomprensibili e dove si percepisce una tortuosa malinconia dell'azzima giovinezza. Eco che si insinua nell’asfalto sempre più vischioso delle periferie, dove il grigio cemento armato domina a differenza del precedente universo di Neon Bible, album registrato sulle rive del fiume Hudson, già luogo di morte in Kerouac e Burroughs (And The Hippos Were Boiled in Their Tanks).
Gli Arcade Fire saranno in Italia per l'unica data live il 2 settembre, nello scenario ribelle dell’Independent Day di Bologna. Luogo forse poco consono alla loro intimità esistenzialista, per un tour che tuttavia è stato inaugurato la notte dello scorso 5 agosto nella bolgia del Madison Square Garden di New York. Un concerto che YouTube ha trasmesso in diretta con la regia dell'ex Monty Python Terry Gilliam. Il battesimo più scintillante per una band che ha già riscritto la storia della musica.

Da Il Riformista, 15/08/10

Sunday, August 8, 2010

Il Pulitzer che l'America non voleva pubblicare



di Antonello Guerrera

«Non me lo sarei aspettato nemmeno tra un milione di anni». Paul Harding, nonostante il fresco (e clamoroso) Pulitzer per la letteratura vinto solo due mesi fa, tiene i piedi ancorati a terra. Del resto, sino all’aprile 2010 era un (quasi) sconosciuto. Tanto che il New York Times, subito dopo l’annuncio dei vincitori del prestigioso premio americano, si è prontamente scusato con i lettori per non aver precedentemente recensito quello che sarebbe diventato l’erede di Faulkner, Roth, Updike, Bellow, Harper Lee, McCarthy, eccetera. Harding, padre di due figli, nato e cresciuto a Wenham, borgo di 4mila anime nel Massachusetts, è l’ex batterista dei Cold Water Flat, band americana dei primi anni Novanta che ha avuto quel (poco) successo che ancora oggi fa girare un paio di video su YouTube. «Oh mio Dio, non mi dica!», implora Harding nel colloquio in esclusiva con Il Riformista. Obiezione respinta. Perché ammirare su Internet un futuro Pulitzer sbarbatello, tra camicie “grunge” e musica di dubbio gusto, è un altro lato nascosto di questo outsider della letteratura americana.

Ma outsider, nonostante la sua modestia, è una parola che sta oramai stretta ad Harding. Il suo romanzo d’esordio Tinkers, vincitore del Pulitzer per la narrativa 2010 e prossimamente pubblicato in Italia da Neri Pozza, è un’opera meravigliosa e terribile, un'onda visionaria, quasi mistica, di un vecchio in punto di morte che, al ritmo di incessanti orologi, ricorda la giovinezza e il suo rapporto con il padre, venditore ambulante (“tinker”, appunto), epilettico e di bassissimo profilo. «Non è una storia autobiografica», sottolinea Harding, «anche se ho preso spunti dai racconti di mio nonno». Il romanzo è stato pubblicato dalla minuscola Bellevue Literary Press, casa editrice no-profit collegata alla facoltà di medicina dell’Università di New York.

Ora Harding è ovviamente passato all’imponente Random House che pubblicherà il seguito Enon nel 2012: «Loro hanno subito creduto in me. Ho firmato il contratto a dicembre, prima di ricevere il premio», precisa lo scrittore. Eppure - il favoloso mondo dell’editoria non finisce mai di stupire - il Pulitzer Tinkers era stato rifiutato da diverse case editrici americane prima di passare alla storia. «Anche molto grandi», dice Harding. Qualche nome? «Preferisco non farne, altrimenti verrei discriminato (ride, ndr). E poi, sono stato fortunato, non porto rancore. Far piacere un libro a editori e lettori è sempre un grande sforzo. Ma la situazione è peggiorata negli ultimi anni. Oggi è difficile far pubblicare qualcosa che non abbia sesso o violenza. È stato frustrante aspettare diversi anni per trovare un editore». Quindi il Pulitzer è stata anche una vendetta nei confronti dell’editoria, diciamolo: «No, no (ride ancora, ndr). È stata sicuramente una soddisfazione, ma oggi è incredibilmente difficile gestire una casa editrice. Ogni anno in America vengono pubblicati migliaia e migliaia di romanzi. Ci sono così tanti scrittori oggigiorno che scegliere, e bene, per le case editrici è estremamente complicato».

Sarà anche per questo mondo letterario “troppo democratico” che il Pulitzer Harding ci confida che la letteratura contemporanea («a parte mostri sacri come Toni Morrison e Cormac McCarthy») non lo ha conquistato affatto: «Le nuove uscite sono troppe, mi ci perdo, non ce la faccio a tenere il passo. Preferisco leggere i maestri del diciannovesimo secolo e primo ventesimo. Il tempo sa filtrare i migliori, lascio il compito a lui». Qualche esempio? «Ho gusti ampissimi ed eclettici. Amo gli americani Emerson, Theorau, Cheever… Ma sono stato profondamente influenzato anche dagli europei Thomas Mann, Proust, Cechov, Tolstoj, Maupassant e soprattutto Italo Calvino». Però la contemporanea Marilynne Robinson, Pulitzer nel 2005 con Gilead (Einaudi) e sua ex maestra letteraria in un vecchio workshop dell’Iowa, l’avrà sicuramente letta. «Ma non è riuscita a tramandarmi il segreto di come si vince un Pulitzer», precisa Harding. «Non c’è una strategia, si tratta solo di fatica e tanta fortuna. Sa come sono venuto a sapere della mia vittoria? La mattina del 12 aprile mi sveglio e controllo su Internet i nomi dei vincitori. “Pulitzer Prize for Fiction: Paul Harding”. Mi son detto: “Oh, my God”. È stato uno shock. Un’ora dopo avevo una lezione all’Università dell'Iowa e i miei studenti hanno portato lo champagne per festeggiare».

Certo è che Harding ingrassa il filotto dei romanzi ambientati nel Nord-Est americano che da qualche anno domina il Pulitzer: ora il New England di Tinkers, prima il Maine di Olive Kitteridge (Elizabeth Strout, 2009) e il New Jersey di La breve favolosa vita di Oscar Wao (Díaz Junot, 2008). Perché questo lembo di terra a stelle e strisce è così ispiratore? «Penso siano coincidenze», riflette Harding. «Però è anche vero che nel Nord-Est, questa terra dalla natura meravigliosa, il pensiero e la letteratura commerciale americana sono cresciuti enormemente. È una zona di “kindred spirits”, ricorda Thoreau o la stessa Emily Dickinson?». Anche in Tinker c’è tanta poesia, nascosta tra le sbarre della prosa. Ma la narrazione rimane incredibilmente scorrevole per la sua densità empatica, aneddotica e figurativa. C’è qualcosa di musicalmente speciale nella scrittura di Harding. Il motivo si rintraccia nella sua impolverata carriera musicale: «Da ex batterista, scrivo a ritmo di musica», ammette lo scrittore. «La classica ha influenzato tanto la mia letteratura. Le frasi dei miei romanzi sono fraseggi musicali, i capoversi variazioni, i capitoli movimenti, i romanzi sinfonie. Nello scrivere cerco sempre la tonalità giusta, in chiavi diverse».

Poi la domanda da un milione di dollari: le piace Obama? Da confesso fan del partito democratico, Harding risponde: «Moltissimo, è bravo, carismatico, nulla a che vedere con l’ancien régime di quello prima di lui (Bush, ndr). Sono così sollevato dall’avere un presidente finalmente intelligente». Eppure tanti intellettuali e artisti sono già rimasti delusi da lui, ultimo Paul Auster: «Certo, magari fosse più progressista di quello che attualmente è. Ma è molto difficile trovare un equilibrio tra sogni e realtà, soprattutto ora che i repubblicani si stanno spostando sempre più a destra». L’America della paura però non sembra cambiata neanche con l’effetto Barack: «Con la crisi c’è molta più fame e aggressività, i Tea Party nascono anche da queste piaghe».

Un altro lato interessante di Paul Harding è il suo viscerale interesse per la religione, riscoperta molto avanti con gli anni: «Sono nato e cresciuto in una famiglia atea», ricorda l’autore, «a differenza dei non credenti di oggi per i quali è una libera scelta non avere una fede. Ma piano piano mi sono accorto che gli intellettuali che adoravo erano quasi tutti pensatori religiosi come Calvino, Barth e via dicendo. Ho capito che la religione non è quell’ammasso di superstizione e nonsense. Ho letto la Bibbia e non è assolutamente violenta o intollerante come si dice. È un’opera di enorme bellezza estetica e narrativa. C’è tanta cultura alla quale non sarei mai arrivato se avessi avuto pregiudizi nei confronti della fede». Oggi vede la religione in pericolo? «Il problema è l’uso ideologico che se ne fa, come con la scienza. Ad esempio negli Stati Uniti da anni vige un pensiero pseudoscientifico al punto che, per molti, ogni tradizione sta diventando un’attività disprezzabile». Ma lei crede nell’evoluzione, Mr. Harding? «Ma certo che sì, è una cosa talmente ovvia. Che mi ha preso, per un fondamentalista?».

Da Il Riformista

Thursday, August 5, 2010

Clegg non si sente a...casa.


Grana per la coalizione di governo britannica. Cameron vuole cambiare il sistema case popolari, ovvero: niente più case a vita, gli inquilini se vantano migliori condizioni economiche rispetto al passato se ne devono andare. Il vice lib-dem di Clegg, Simon Hughes, ha dichiarato che non se ne parla nemmeno perché non è scritto nel programma, né da nessuna altra parte. La coalizione Cameron-Clegg, vedi ad esempio anche l'ultima diatriba sull'aumento dell'Iva, inizia a scricchiolare. Mentre i Lib-Dem sono già allo sbando. Tre giorni fa un sondaggio You Gov (vedi qui) li da al 12 per cento di consenso popolare, la metà della percentuale di voti presa alle elezioni. C'est la vie...

Approfondimento qui.

Immagine: Copyright © Anna Trench 2010

Wednesday, August 4, 2010

Sicilia vuol dire Sellerio, da ex impiegata trasformò la periferia in centro editoriale


di Antonello Guerrera
Dei personali comandamenti di Elvira Giorgianni in Sellerio, scomparsa ieri all’età di 74 anni nella sua Palermo, uno era: «Quando lavoro, penso a persone più colte di me, i lettori. È un mestiere che va fatto con umiltà e spirito di servizio. La mia unica ambizione è di cambiare l’immagine della Sicilia». Non a caso, nella gestazione della Sellerio, fondamentale è stato il primo, umile e reverenziale incontro di Elvira con Leonardo Sciascia, delizia portante dell’editore palermitano ma anche croce quando lo stesso scrittore di Racalmuto passa all'ultimo ad Adelphi e i suoi eredi fanno causa a Sellerio nel 2003 per una diatriba di diritti: «Fu mio marito a portarlo a casa nostra», ricordava Elvira a Repubblica molti anni fa. Un luogo, «casa loro», che Sciascia definiva «una farmacia di paese, un posto in cui ci si parla», ovviamente a bassa voce, come si addiceva ai buoni salotti siciliani. «Provavo una certa soggezione per un uomo della sua levatura intellettuale», continuava la Sellerio. «Ricordo che per colpirlo gli dissi che stavo leggendo il Dottor Zivago. Mi guardò, non disse nulla. Ma da quel momento cominciò a darmi consigli preziosi».
In realtà, Elvira Sellerio era anche una donna risolutissima, «umorale e di brutto carattere» (come si autodefiniva), con un brutto rapporto con gli uomini – tanto che la sua casa editrice ha sempre avuto una vastissima maggioranza di impiegati donne. Forse una personale reprimenda per quel lungo sodalizio sentimentale con il più maturo Enzo Sellerio, laceratosi negli anni Settanta. Dopo aver abbandonato una sicura carriera impiegatizia all’ente per la riforma agraria in Sicilia Eras, ecco la scommessa della casa editrice nel 1969, fondata sui 12 milioni di liquidazione ottenuti dal vecchio lavoro. Un ultimo disperato tentativo anche per non staccare la spina a un rapporto vissuto da Enzo in maniera sempre più stanca. Tutto inutile, perché il matrimonio si scinde definitivamente nel 1979 e così anche l’azienda: Enzo cura la sezione dei libri illustrati, mentre la Giorgianni si occupa di narrativa e saggistica.
Ma Elvira Sellerio era una donna forte. E così, nonostante tante difficoltà (ultime il buco finanziario alla fine degli anni Novanta colmato dal boom di Montalbano) ha dato alla luce un autentico miracolo editoriale, superando la “periferia” editoriale degli inizi. Ma Elvira aveva capito che la periferia poteva essere centro, che la letteratura siciliana aveva tanto da dare al resto d’Italia. E così, mentre il Paese si ingorga sempre di più nelle ideologie, Sellerio punta sulla «cultura amena» (come l’avrebbe definita Sciascia) leggera, elegante, ma non vacua. In questo credo si incastra la storica collana “blu Sellerio” della Memoria, “formato tabloid”, segnata da quella storica “S”, che ancora oggi rimane uno storico publishing symbol dopo il primo Il procuratore di Giudea di Anatole France.
Tuttavia, nonostante le premesse “dandy”, la svolta della Sellerio arriverà con un titolo più che politico, ovvero la pubblicazione nel 1978 de L’affaire Moro di Sciascia. L’investitura finale sarà con l’ex sconosciuto professor Bufalino e la sua Diceria dell'untore, esempio magno della filosofia editoriale di Elvira, che leggeva uno a uno i manoscritti che arrivavano, come facevano gli editori veri.
Poi sono arrivati i Tabucchi, gli Adorno, i Carofiglio, la lotta per Adriano Sofri e soprattutto il giallo all’italiana di Lucarelli e Camilleri che hanno riportato in auge un genere che prima si vendeva solo in edicola. Non sono mancati i momenti neri, come le polemiche con l’ex sindaco di Palermo Leoluca Orlando sull’utilizzo di fondi pubblici. Tutto superato, sigaretta dopo sigaretta, dalla Sellerio, che tra il ’92 e il ’93 ha ricoperto anche il ruolo di consigliere di amministrazione Rai. Un’esperienza che le ha lasciato un'eredità per l'editoria tutta: «Il potere enorme di un certo tipo di comunicazione, ma anche la superiorità del libro come strumento di diffusione di idee».

Da Il Riformista, 04/08/10

Monday, August 2, 2010

Perché Fox News va in prima fila alla Casa Bianca


Interessante, l'89enne Helen Thomas dell'Ap va in pensione (o meglio, viene convinta alla pensione) dopo alcuni giudizi sugli ebrei un po'...ehm, come dire...pepati, tipo "Gli ebrei se ne devono andare dalla Palestina e tornare in Germania e Polonia". E chi invita Obama al suo storico posto in prima fila, di fronte al Presidente, alla sala conferenze stampa della Casa Bianca? Nientemeno che la tv di destra Fox News (vedi qui il lancio Afp) che ha tentato di farlo a pezzi durante la campagna elettorale 2008. Il tutto a scapito di un altro supernetwork come Bloomberg.
Ufficialmente il motivo sta tutto nell'audience sempre più corposa che il network preferito dai repubblicani guadagna a scapito della Cnn. In realtà, forse la verità sta nel mezzo. E cioè: Fox News, lo sappiamo, è di Murdoch. Proprio il magnate australiano qualche giorno fa (vedi qui un commento a proposito di Maurizio Molinari de La Stampa) ha chiesto un lauto compenso alla Casa Bianca (si parla di 600mila dollari annui) per far comparire gli articoli del Wall Street Journal (altra testata di Murdoch) nella rassegna stampa quotidiana della Casa Bianca. Non sarà che Obama abbia tentato di addolcire Rupert con questa mossa, dopo le sue assurde pretese sul copyright dei pezzi del Wsj?

Il «demonio» che vogliono morto - C'è del Saviano in Danimarca


KURT WESTERGAARD. A 5 anni dal caso delle vignette danesi, parla l'artista “condannato” dagli estremisti islamici: «La rabbia è la mia unica resistenza».

di Antonello Guerrera
Sono passati quasi cinque anni da quel maledetto 30 settembre 2005, quando il quotidiano danese Jyllands-Posten pubblicò 12 vignette satiriche sul profeta Maometto. Quelle vignette vennero a loro volta riprodotte sui giornali di altri 50 paesi e si scatenò l’inferno: i tumulti, gli scontri e le proteste in tutto il mondo islamico, offeso da quelle «vignette blasfeme», causarono quasi cento morti, nonché l’incendio delle bandiere e delle ambasciate danesi in Libano, Siria e Iran, per non parlare dei boicottaggi contro i prodotti made in Copenaghen. L’allora primo ministro danese Anders Fogh Rasmussen (il nordico «più bello di Cacciari», Silvio Berlusconi dixit), oggi segretario generale della Nato, definì la controversia delle 12 vignette come «la peggiore crisi internazionale capitata alla Danimarca dopo la Seconda Guerra mondiale».
Una di quelle dodici, satiriche vignette ha offeso più di tutte. È l’immagine di Maometto con un turbante-bomba a miccia accesa, pronto a fargli esplodere la testa. L’autore è il 75enne disegnatore danese Kurt Westergaard, del quale gli estremisti islamici di tutto il mondo, come per Salman Rushdie, Ayaan Hirsi Ali e via dicendo, hanno chiesto la testa. Westergaard, assunto due decenni fa allo Jyllands-Posten con il semplice comandamento «fai quello che vuoi, ma non toccare Dio, Reagan o il porno», era un uomo libero prima di quella piccolissima vignetta di cinque anni fa. Oggi, per quelli che esecrano la libertà d’espressione e di satira, è un demonio apostata e blasfemo che deve essere punito con la morte.
In merito, dice la sua anche Google. Basta andare sulla versione inglese del motore di ricerca più famoso del mondo (www.google.co.uk, cliccando poi su “English” in basso) e cominciare a digitare “Kurt Westergaard”. Arrivati a “Kurt Wes”, Google comincerà a dare i suoi usuali suggerimenti. Che saranno incredibilmente macabri e inquietanti. Nell’ordine “Kurt Westergaard dead (ossia, morto)”, “Kurt Westergaard died (morì)”. E poi “died fire” (morì fuoco), “dead fire” (morto fuoco), “dead in fire” (morto nel fuoco), “death” (morte), addirittura “burnt” (bruciato). Considerando che Google mostra i suggerimenti in base alle richieste più numerose degli utenti, è facile pensare come le persone che bramano di vedere Westergaard in una tomba siano molte di più di quanto si possa immaginare.
Dopo che nel 2008 le forze dell’ordine di Copenhagen hanno scoperto i piani di due terroristi tunisini e uno marocchino (ma tutti con cittadinanza danese) per ucciderlo, Kurt Westergaard vive da quasi tre anni sotto costante controllo della polizia, in un appartamento bunker ad Aarhus, la città più grande della Danimarca dopo la capitale Copenaghen. Una città che sotto la sua scorza placida e bonaria nasconde viscere di morte. Solo il 2 gennaio scorso, un musulmano somalo gli è entrato in casa con un’accetta per compiere la sua fatwa, la condanna a morte islamica, mentre urlava: «La vendetta è arrivata! Sangue!». Fortunatamente Westergaard è riuscito ad azionare il pulsante di emergenza, chiamare le forze dell’ordine e rifugiarsi nella stanza antipanico. Da allora, il vignettista vive sotto lo strettissimo controllo dei suoi angeli custodi, gli agenti del Politiets Efterretningstjeneste, o Pet, o più semplicemente l’intelligence danese.
«Sono gentiluomini che mi seguono dappertutto, quando vado a fare la spesa, quando mangio, quando vado in bagno», dice Westergaard al Riformista, che lo ha raggiunto telefonicamente nel suo bunker di Aarhus. «Oramai mi sono rassegnato. Sarà questa la mia vita sino alla fine. Per fortuna non sono nudista, se no sai che pena per gli agenti starmi dietro?», scherza. Westergaard, dalla voce stanca e provata, ha annunciato il ritiro dalla professione lo scorso giugno. Poco prima del suo 75esimo compleanno («festeggiato cenando con moglie, figli, nipotini e le guardie, ovviamente») e poco dopo esser stato messo in congedo, più o meno forzato, dallo stesso Jyllands-Posten, quando si è venuto a sapere che anche in America stavano progettando di giustiziare Westergaard.
Neanche la pensione lo ha messo al riparo dagli estremisti islamici: «Ricevo continuamente minacce di morte, soprattutto tramite il giornale per il quale ho lavorato sino a poco tempo fa», dice Westergaard. Cosa fa adesso? «Disegno, dipingo quando mi va, ma soprattutto per me stesso. Forse è questa la cosa più importante adesso». Gli chiediamo, allora, se ha altri mezzi per esorcizzare la morte. Uno è la rabbia. «Ne sento tanta dentro di me», ci confessa. Ma precisa: «Non la rabbia violenta, quella appartiene a qualcun altro, io non sono xenofobo, né razzista. Intendo la rabbia positiva, quella che ti fa capire cosa è giusto e cosa è sbagliato. E che è un’ottima difesa quando sei sotto minaccia». Gli chiediamo se conosce Saviano, che vive una situazione molto simile alla sua. Risponde candidamente di no, ma dice di sentirsi spesso con Lars Vilks, altro disegnatore, anch'egli nordico (svedese) e anch'egli finito nell’occhio del ciclone degli estremisti per aver paragonato Maometto a un cane.
In passato, Westergaard ha dichiarato che i musulmani moderati non avrebbero fatto abbastanza per contrapporsi ai più scalmanati. Oggi, rimane più o meno della stessa idea. «Però personalmente non ho problemi con i musulmani danesi. Anche se so che molti di loro mi odiano. Sono fiero del nostro welfare state. Agli immigrati in Danimarca abbiamo dato tutto, soldi, case, libera istruzione per i figli, libertà di culto, le migliori prospettive di vita. In cambio chiediamo solo che vengano rispettati i nostri principi democratici». Ecco, li rispettano? «Da un punto di vista materialistico ci rispettano», precisa. «Ma da quello spirituale odiano la nostra cultura». Non sarà morto il sogno multiculturale dell’Occidente? «Non credo», risponde Westergaard. «Per fortuna nella nostra società sta guadagnando sempre più terreno il materialismo, la secolarizzazione. Ma se, per esempio, vai nelle più arretrate campagne danesi, dove ci sono tanti cristiani fondamentalisti, respiri l’odio nell’aria».
Se Saviano si è pentito di Gomorra, Westergaard non rimpiange nulla di quello che ha disegnato: «Era in gioco la libertà d’espressione. Le vignette volevano solo mettere in discussione un aspetto dell’islam. Fosse successo niente, sarebbe comunque accaduta una situazione simile in futuro. Mi dispiace per i morti nelle proteste, ma non è colpa mia. Sono gli estremisti che hanno giocato sulla frustrazione della popolazione». Qualcuno però, tra cui anche qualche collega, lo ha incolpato di irresponsabilità: «Si sbagliano di grosso. Certi intellettuali, quelli della mia classe, sono spaventati dalle minacce e non si rendono conto che si stanno autocensurando, che stanno rinnegando il loro stesso lavoro». Un complesso di inferiorità, questo, anche di una parte della sinistra? «Senza dubbio, la sinistra vuole sempre proteggere i più deboli, le minoranze. Ma non capiscono che gli estremisti islamici, pur essendo una minoranza, sono una minoranza molto forte, potente e sicura di sé per via della religione. A volte la sinistra è cieca di fronte a simili fenomeni». Così come, secondo il vignettista, i politici sono ciechi di fronte alla guerra in Afghanistan: «È stata inutile, un gravissimo errore. L’Occidente è lì da anni, ma oramai è chiaro che la popolazione locale non vuole accettare i nostri valori, non li comprendono, non hanno alcuna voglia di convertirsi ai diritti umani».
Westergaard si è congedato il primo luglio dai suoi lettori con un'immagine a tutta pagina sul Jyllands Posten: ritrae Don Chisciotte a cavallo, armato di carta e penna. Dietro non Sancho Panza, ma un asino che porta un'incudine con scritto «libertà di espressione» e sopra una bomba che sta per esplodere. Sullo sfondo la mezzaluna. Metafora di un'Europa spesso minacciata, censurata, travolta dalle sue stesse debolezze. Non a caso, spesso Westergaard cita due pungenti esempi storici. Uno è quello del vignettista connazionale Hans Bendix, che faceva satira sui nazisti e che fu messo a tacere dall’allora governo danese per non provocare la Germania. L’altro quello di Pablo Picasso che incontra un ufficiale tedesco nel sud della Francia. Quando questi capisce con chi sta parlando, gli chiede: «Ah, dunque sei tu ad aver realizzato la Guernica?». La risposta di Picasso: «Non sono stato io, ma tu».

Da Il Riformista, 01/08/10
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