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Tuesday, September 29, 2009

La faccia nera di un bianco chiamato Griffin


Civil rights. Sul finire degli anni 50 tra le marce di Martin Luther King e l'autobus di Rosa Parks, un reporter wasp del Texas decide di cambiare pelle e partire per il Sud razzista, alla scoperta di un'America ignota e sinistra. Ne venne fuori un libro, mai ripubblicato in Italia. Una lunga odissea di esclusioni e solitudine. Mansfield, Texas, autunno 1959. Sono passati quattro anni dalla rivolta di Rosa Parks, che su un autobus di linea di Montgomery (Alabama) si è rifiutata di cedere il posto ad un bianco. E solo due anni prima il presidente americano Dwight D. Eisenhower ha firmato il Civil Rights Act per il diritto di voto dei neri - poi però severamente amputato dall'ostruzione dei democratici. Il movimento afroamericano per i diritti civili sta muovendo i primi, titanici passi, verso la liberazione dalla segregazione. Martin Luther King è già diventato figura di spicco. Ma la lotta è appena cominciata. L'America è ancora un paese razzista, soprattutto nel profondo, ariano Sud. Ma c'è un uomo, un uomo bianco che non ci sta. E sfida i suoi "fratelli". Esattamente cinquant'anni fa John Howard Griffin è stato protagonista di una storia americana che ha dell'incredibile. Oggi, a mezzo secolo di distanza, abbiamo alla Casa Bianca un presidente di colore nato da padre keniota. Abbiamo assistito alla decadenza scheletrica di una popstar peterpaniana che, per estetica, diletto o necessità, ha deciso di sbiancarsi l'epidermide. Abbiamo letto di professori accusati di razzismo, ma che, sulla loro anima, avevano, secca e ripudiata, una "Macchia Umana". L'antesignano Griffin, invece, bianco giornalista texano del settimanale "Sepia", imbrocca un altro senso sino ad allora vietato. Nell'autunno del 1959 decide clamorosamente di diventare nero. Di partire per il profondo Sud razzista per sperimentare sulla sua pelle le angherie che gli afroamericani subiscono quotidianamente dai bianchi. E di sfornarne un libro di crudele, disperata genuinità. Black Like Me, pubblicato negli Stati Uniti nel 1960, diverrà immediatamente un bestseller nazionale - da cui verrà tratto anche l'omonimo film di Carl Lerner con lo straordinario James Whitmore - scatenando l'ira degli americani più invasati. In Italia, invece, Nero come me è giunto oramai più di trent'anni fa grazie a Longanesi, ma poi è sparito da librerie e distributori. Black Like Me è un diario ultratransustanziale, infausto, un volontario collasso nell'Ade più bigotto dell'America. Le prime righe, datate ottobre 1959, recitano: «Una idea mi aveva assillato per anni (…). Se un uomo bianco diventa un negro nel vecchio Sud, quali sforzi dovrà fare per adattarsi all'ambiente? (…) I negri del Sud erano semplicemente arrivati al punto in cui non gli importava più di vivere o di morire». Così Griffin, con moglie e prole all'oscuro di tutto, si rivolge a un dermatologo di New Orleans e stimola la pigmentazione della pelle con raggi Uv e pillole per annerire l'epidermide. Cura che ha l'effetto desiderato. Una costante rasata ad incompatibili capelli ricci, mani e braccia villose, una dose di tintura indelebile al mattino ed il gioco è fatto. Nonostante la sua carta d'identità reciti «caucasico», John Howard Griffin diventa in poche settimane un vero e proprio, arianamente parlando, "nigger", "coon" o "jigaboo" degli anni Cinquanta. Ed si cala nelle fogne della coscienza americana. Da quel momento i bianchi con i quali aveva amichevolmente vissuto diventano nemici spietati, rabbiosi mostri occulti che al chiaror della pelle nera vomitano tutta la loro natura razzista. È inquietante l'ingresso di Griffin nel parallelo universo "negro" di New Orleans che, seppur città più liberale di molte altre della zona, sfoggia spudorata l'anima più fosca. I «negri» (come li chiama ancora la traduzione italiana del 78) hanno i loro luridi quartieri, i loro sporchi cessi, i loro miseri lavori, i loro sedili posteriori sull'autobus. Tutto il resto è off-limits. Nonostante, e questi forse sono i passaggi più angoscianti di tutto il libro, spesso non ci sia un esplicito divieto. Perché man mano che passano i giorni Griffin, nella sua inchiesta, sviluppa inconsciamente un'indole di assiomatica «inferiorità negra». E censura ogni sua (innocente) mossa che possa dar fastidio, seppur impercettibilmente, ai caucasici. Come sedersi ai tavolini della gelateria. Drammatici poi i capitoli del libro sulle difficoltà di un nero persino per andare al bagno. Senza contare i gabinetti inaccessibili per i neri (ossia quasi tutti), è agghiacciante la crudeltà bianca sull'autobus che Griffin prende da New Orleans per Hattiesburg, Mississippi, estremo Sud. In un viaggio di una decina di ore solo ai bianchi è concesso di scendere per fare i propri bisogni alla stazione di servizio. Mentre i neri, incredibilmente, devono rimanere sull'autobus. Griffin annota: «Qui non si respirava più l'aria d'America. Avevo l'impressione di trovarmi in un paese ignoto e sinistro». Alcuni afroamericani, sventrati dal bisogno fisico e dall'umiliazione, propongono di ribellarsi e farla tra i sedili. «Meglio di no. Avrebbero un'altra ragione per darci addosso», dice un passeggero. E questo è un altro leitmotiv di Black Like Me. Ossia l'estenuante resistenza passiva dei neri d'America. Tra i reietti regna una solidarietà paranormale, bisogna bandire violenza e vendette e, soprattutto, sopportare le umiliazioni, le minacce, le mutilazioni fisiche e mentali dei bianchi americani per ottenere, un giorno, la libertà. «Per essere liberi bisogna amarli i bianchi», dice ad un certo punto un vecchio nero nel libro. Strategia che avrà il suo auspicato successo, facendo leva sulle crepe di quei pochissimi ma indispensabili ariani che nel corso della narrazione, pur non esternando mai il loro pensiero, appoggiano dietro le quinte, quasi per etica ed umana inerzia, la lotta dei neri. Certo, i sudisti illuminati sono pochi. Il resto, ossia la grandissima maggioranza, brancola nelle tenebre. Colpa anche, sottolinea sagacemente Griffin, dei giornali del Sud che fomentano ogni giorno un'assurda crociata contro «l'uomo nero». Sconvolge poi l'immaginario collettivo ariano riguardo la vita sessuale dei neri. Un chimerico coacervo di perversione, incestuosa promiscuità, sodomie gratuite che lasciano sconvolto il Griffin di colore. A metà inchiesta, saltato in macchina di vari bianchi dell'Alabama che gli danno un passaggio, John scopre che ai razzisti piacciono le «negre», che le comprano come animali domestici. E viene travolto da domande ignobili sulla «scandalosa vita sessuale negra» e sulle misure degli afroamericani. Tanto che ad un certo punto un giovane ventenne, in preda alla curiosità genitale più sfrenata, gli chiede: «Me lo fa vedere?». Dopo oltre un mese di odissea razziale, John Griffin decide di interrompere la cura e di tornare bianco. Ma la sua vita è segnata: «Fu uno shock, come se dopo aver vagato nelle tenebre i trovassi all'improvviso alla luce del sole». Nonostante la pelle sia tornata candida, ritornano soventi le autoinibizioni in pubblico oramai tatuate sulla sua anima. E i suoi "fratelli" bianchi son diventati fratellastri serpenti. Tanto che negli ultimi giorni farà un po' la spola, ricambiando più volte l'epidermide per «saltare dall'altra parte della barricata». Negli ultimi capitoli di Nero come me, lo scrittore trae le sue conclusioni e le scaglia contro gli americani. Un nero viene schifato negli Usa degli anni Cinquanta non perché geneticamente inferiore, ma perché ghettizzato, senza diritti, protezione, educazione. Così diventa essenzialmente una bestia nei confronti dei bianchi. Ma attenzione. Griffin, nella sua personalissima inchiesta, riconosce anche gli inquietanti germi della «presunta supremazia nera» che sta attecchendo nelle comunità afroamericane. Col rischio di un «olocausto che coinvolgerebbe gli innocenti e gli onesti». L'esperienza estrema di Black Like Me porterà al suo autore successo ma anche disperazione. Dopo la pubblicazione del libro, la comunità bianca riverserà tutto il suo odio contro il suo eretico trans razziale. Molti amici faranno finta di non conoscerlo, i vicini non lo saluteranno più, le minacce di morte da Ku Klux Klan e altri fanatici si faranno sempre più frequenti. Il 2 aprile 1960, racconta Griffin, fu ritrovato a Mansfield «un manichino mezzo bianco e mezzo nero, con il mio nome scritto su uno striscione giallo, che penzolava da un cavo elettrico». Questo ed altri avvertimenti costrinsero lo scrittore ad abbandonare la sua città natale per il Messico prima e poi per Fort Worth. Oltre ai fanatici, a Griffin (che morirà nel 1980) non sono mancati neanche critici più diplomatici come la scrittrice americana Flanney O'Connor. Ma il suo Nero come me si insinuerà irriducibilmente nella cultura americana. Tanto che persino il presidente J.F. Kennedy, nel discorso alla nazione dell'11 giugno 1963, si riferì palesemente al suo "masterpiece": «Chi tra di noi sarebbe contento di cambiare il colore della propria pelle e vivere la loro vita?». E poi Griffin - che ha vinto, tra le altre cose, il Premio Pacem in Terris nel 1963, dedicato alla storica enciclica di Papa Giovanni XXIII e assegnato successivamente ad altri totem della pace come Martin Luther King, Madre Teresa di Calcutta e Lech Walesa - aveva un motivo in più per scrivere un libro del genere. Dopo la Seconda guerra mondiale passata tra le file della Resistenza francese, divenne cieco per un'esplosione, ma si ristabilì miracolosamente dopo una decina d'anni. In quegli anni bui, Griffin ha ricordato: «Non giudicavo le persone dal colore della pelle, ma solo da voci, affezioni e sentimenti. Lì ho capito tante cose che con la vista mi sfuggivano».

F.L.Wright, il Don Giovanni dell'architettura americana


INEDITO. Arriva il nuovo libro di T.S. Boyle sulle passioni femminili del genio americano. Dalla prima moglie Kitty alla protagonista Miriam, tutte amanti di polso e spesso isteriche. Relazioni scandalose finite anche in tragedia.

Donne ossessionate, donne fedeli, donne assassinate. In poche parole, Le Donne, il nuovo libro di Thomas Coraghessan Boyle da oggi in libreria (ed. Feltrinelli, 448 pp., euro 20) sulle (dis)avventure sessuali di Frank Lloyd Wright. Una dipendenza femminile, quella del grande architetto americano, che quest'opera romanzata racconta scartavetrando le linee temporali, mescolandone i resti cronologici e aggiungendo tocchi di fiction che rendono ancor più piccanti le vicende passionali di Lloyd. Un dongiovanni incallito che nel libro, in balia dell'harem di cui si è circondato, pone assolutamente in secondo piano i progetti e le creazioni delle sue opere architettoniche.
In realtà, questo non è l'unico limbo in cui galleggiava il genio americano. La vita privata di Wright, difatti, era troppo scandalosa per la società a stelle e strisce a cavallo tra XIX e XX secolo, tanto da far rischiare in qualche frangente all'architetto l'arresto per atteggiamenti immorali. I suoi comportamenti privati dovevano rimanere nell'ombra. E quando venivano alla luce erano guai. Vedi il rapporto troppo esplicito con Martha "Mamah" Borthwick, prototipo della femminista individualista e irriducibile amante di Wright, sposato dal 1889 con Kitty Tobin. Mamah, con la quale Lloyd fuggì in Europa nel 1909, è la protagonista dell'ultima parte di Le Donne. Il suo destino sarà il più tragico degli amori dell'architetto. Con i suoi due bambini, verrà uccisa nella strage che nel ferragosto del 1914 il domestico Julian Carlton inscenerà in un'ala della Taliesin, la casa appositamente progettata da Wright per vivere ed amare le sue donne in pace, al riparo dai bigotti lì fuori.
In quest'opera di Boyle - che tra le altre cose vive nella californiana Stewart House, casa progettata proprio da Wright - Mamah è la protagonista insieme ad altre tre donne che hanno segnato la vita dell'architetto "organico". Innanzitutto la prima consorte Kitty, emblema della moglie fedele e procace, che gli darà sei pargoli e che, nonostante i tradimenti del marito, accosentirà controvoglia al divorzio nel 1922. Poi c'è l'ultima moglie del lotto Olgivanna, giovane danzatrice montenegrina.
Al centro del libro, però, c'è indiscutibilmente un'altra donna di carattere risoluto, ossia la seconda consorte Maude Miriam Noel. La sua ossessione per Wright, che si scontrerà frontalmente con gli affetti di Olgivanna, domina totalmente la scena. La figura di Miriam è ben dipinta da Boyle che ne evidenzia i peggiori luoghi comuni: femme-fatale, istrionica, figlia di papà. La seconda moglie di Wright (a cui sarà legata dal 1923 al 1927 prima di divorziare), con la ferma convinzione di essere la sua unica vera donna, sarà il solido contraltare al carattere lunatico dell'architetto, gravato però da comportamenti oltre i limiti dell'isterismo. Come le altre amanti dell'americano, Miriam faceva di tutto per risaltare agli occhi del marito, che, al contrario, faceva poco per mascherare la sua non infrequente freddezza ed indifferenza fuori dal letto. Del resto la falsità non era di casa Wright. Lui stesso, molti decenni fa, dichiarò: «In vita ho dovuto scegliere tra un'arroganza onesta e un'umiltà ipocrita. Ho scelto l'arroganza».

Tuesday, September 22, 2009

Provaci ancora Simo, ma più "INTERNATIONAL"

STRAFALCIONI. La Ventura va in bambola con i Muse ospiti a "Quelli che il calcio" e scambia il batterista Howard per il leader Bellamy. Nonostante avesse intervistato la band già tre anni fa. Facendo le stesse domande.

Domenica, primissimo pomeriggio. Giornata grigia, il giusto, plumbeo spleen per rimanere tra le mura di casa. La tv è accesa, sintonizzata su RaiDue che trasmette Quelli che il Calcio. Come abitualmente accade nella storica trasmissione ora orchestrata da Celeste Laudisio, prima delle partite c'è spazio per qualche grandissima band internazionale, capitata a Milano per presentare l'ultimo album. Questa è la volta dei Muse, formazione inglese oramai nell'Olimpo del rock moderno, diventata ultrapopolare dopo la sdolcinata Starlight del 2006. «Il gruppo più eclettico, innovativo e coraggioso della musica inglese», secondo l'annuncio della Ventura. La band inscena Uprising, primo singolo del nuovo album The Resistance, subito in vetta alle classifiche di vendita italiane e britanniche.
Ma qualcosa non torna. Il cantante, nonché chitarrista, nonché pianista Matthew Bellamy, una delle più famose icone rock moderno, è sullo sfondo, scimmiotta alla batteria, sembra una caricatura, un orangotango che fa la danza della pioggia. Il bassista Chris Wolstenholme, bardato da Rayban scuri, suona spavaldamente la chitarra di Bellamy e preme qualche pulsante a caso di un sintetizzatore. Mentre il cantante, per una volta, è il biondo batterista Dominic Howard, anche lui raybandotato, che sgratta di tanto in tanto un basso mancino. La canzone, in playback, continua a stridere strenuamente con fotogrammi anarchici degni di un fuorisincrono ghezziano. Un cocktail sintetico che ha fatto venire i brividi ai fan dei Muse e a quanti si sono accorti che qualcosa non tornava.
Per Simona Ventura è tutto ok. A canzone finita, non si è accorta di nulla. Certo, chi conosce la band di Bellamy sa bene che quando i tre di Teignmouth - forse il miglior gruppo contemporaneo dal vivo - sono costretti a suonare in playback, si vendicano (come la strampalata performance al Live & Kicking della Bbc nel 2001). Ma dall'ex giudice supremo del programma X Factor, talent show musicale, ci si aspetterebbe un minimo di preparazione. SuperSimona, infatti, a canzone terminata si fionda come una ragazzina verso il presunto cantante Dom, incensa nell'aria un irrazionale «I Muuuuuse, very international, molti internazionali» e comincia a fargli domande eccessivamente vaghe per una ex conduttrice di un talent-show musicale. Mentre sullo sfondo si scruta la vera rockstar Bellamy che non riesce a trattenere fragorose risate con Wolstenholme. Una scena imbarazzante. Immaginate Ed Sullivan nell'America degli anni Sessanta che scambia il re lucertola Jim Morrison con il batterista John Densmore. Altro che teatro dell'assurdo.
Ma Simona è irremovibile. Nessuno del programma le dice che non sta intervistando la rockstar Bellamy, bensì il suo (seppur eccellente) batterista. E l'oblio musicale, per l'ex comandante di X Factor, continua in maniera imbarazzante. L'inglese Howard scopre che lo scherzo è bello anche se dura molto. E, a una domanda sulla loro amata Italia, risponde: «Sì, il nostro batterista Matt vive sul lago di Como». La Ventura rilancia stralunata: «So che uno di voi tre (ossia la rockstar Bellamy, ndr) è fidanzato con una psicologa italiana». E Howard rincara: «Sì, our drummer, il nostro batterista». «Ah, the drummer!», sottolinea Simona. Che poi, stimolata da un pubblico gossiparo, tocca definitivamente il fondo: «È più grande la casa di Clooney o quella del drummer»?
Contrordine, c'è ancora da scavare. Perché, questo lo ricordano in pochi, i Muse erano già stati a Quelli che il Calcio, precisamente il 14 maggio del 2006, per presentare Black Holes & Revelations, il penultimo album che li ha catapultati nella storia della musica. Il video di quella performance era disponibile su YouTube, oggi non lo è più. Mistero. Ad ogni modo, in quella performance la band non fece stravolgimenti strumentali e la Ventura imbroccò la rockstar giusta, ossia un Matthew Bellamy vestito di rosso fuoco. Simona, però, gli fece sostanzialmente le stesse domande di tre anni dopo: la registrazione dell'album in Italia, il mix tra musica classica/sinfonica e rock... E, ovviamente, il legame della rockstar con l'Italia e la sua villa sul Lago di Como. Tutto rimosso dalla "musicologa" Ventura. Che, anche tre anni fa, nell'intervista abbastanza frastagliata con la band, non fu immune da gaffe degne del miglior Mike. Memorabile la domanda che lasciò di stucco il britannico Bellamy: «Sai dire qualche parola in inglese?».

di Antonello Guerrera
da Il Riformista, 22/09/2009


Friday, September 4, 2009

L'alba di sangue che sconvolse la Beat Generation


REVIVAL. È il 13 aprile del 1944. Kerouac e Burroughs stanno ponendo le basi del fenomeno culturale che segnerà più di una generazione. Ma quella sera il loro amico Lucien Carr uccide il gay David Kammerer. Anche i due scrittori, allora semisconosciuti, vengono arrestati. Così decidono di raccontare la tragedia in un libro. Rimasto nell'ombra per oltre sessant'anni.

Libertà, stravizi, eccessi, psichedelia, nomadismo, esistenzialismo, spiritualismo, traversate nella sterminata e vergine America, prosa innovativa ed istintiva, eccetera. Ma la Beat Generation, della quale si è detto di tutto e di più e che è ultimamente tornata di moda dopo la recente scomparsa del suo ambasciatore italiano Fernanda Pivano, non è stata soltanto questo. O almeno, non è nata esattamente in questi termini. Difatti, questo straordinario movimento, che sboccerà ufficialmente negli anni Cinquanta con la pubblicazione del trittico Sulla Strada di Jack Kerouac, Pasto Nudo di William Seward Burroughs e l'Urlo di Allen Ginsberg e che proverà a rivoltare l'America come un calzino, sfocerà successivamente anche nella cultura hippie - deriva dalla quale Kerouac si dissocerà fermamente. Ma, prima della svolta pacifista, i suoi albori furono letteralmente insanguinati da un omicidio a sfondo omosessuale che coinvolse e segnò per sempre due beatnik assoluti come Kerouac e Burroughs. È il 13 agosto del 1944. Quella sera il tignoso fiume Hudson di New York sarà più rubicondo che mai.
Protagonisti della tragedia furono un altro componente della cerchia letteraria beat, ovvero Lucien Carr - amico di Burroughs ma soprattutto di Kerouac - e il suo ex insegnante di inglese, l' omosessuale David Kammerer. La vicenda ispirerà diverse opere beat, ma soprattutto darà vita ad un acerbo romanzo scritto a quattro mani tra il '44 e il ‘45 dagli allora semisconosciuti Kerouac e Burroughs. Non poteva essere altrimenti. Tra l'altro, Jack aveva conosciuto William - nonché il "compagno" Allen Ginsberg - proprio tramite Carr, puro collante tra geni letterari Beat. Il manoscritto è rimasto nascosto sino a qualche mese fa. Poi, a novembre 2008 è stato pubblicato in America e Uk - mentre in Italia non ha fatto ancora capolino. Il suo nome è già tutto un programma: And the Hippos Were Boiled in Their Tanks (Grove Press, pp. 224, 24 $). Tradotto: E gli ippopotami sono stati bolliti nelle loro vasche.
Titolo, è il caso di dirlo, scottante. Ma cosa c'entra con l'omicidio del gay Kammerer? Molto probabilmente nulla. Alcuni decenni fa spiegò Burroughs: «Era in onda un programma alla radio. C'era stato un incendio in un circo e alla radio dissero: "E gli ippopotami sono stati bolliti nelle loro vasche!". Così utilizzammo la frase come titolo del libro». Versione parzialmente confermata da Kerouac in un'intervista del 1967 a Paris Review. La tragedia alla quale i due probabilmente si riferiscono, però, è quella dell'incendio al circo di Hartford, Connecticut, del 6 luglio 1944, detto anche "il giorno del pianto dei clown", precedente all'omicidio Kammerer. Bilancio: 165 morti, più di 500 feriti. Proprio in quei giorni, Burroughs andò a trovare Kerouac nel suo appartamento newyorkese alla 118esima strada. Tutto sembra tornare. Così come ritorna, nelle menti dei due scrittori, l'omicidio che i due romanzano nel libro, alternandosi nei capitoli a firma di Mike Ryko (ovvero Kerouac) e Will Dennison (Burroughs). Entrambi figurano anche tra i protagonisti del romanzo, nel quale si snoda presto il tortuoso legame che lega Philip e il meno giovane Al, nella realtà rispettivamente Lucien Carr e David Kammerer. Con quest'ultimo letteralmente infatuato dal suo ex allievo, folle di un amore (pare) mai corrisposto.
Nel primo capitolo (scritto da Dennison/Burroughs) siamo proprio a casa di Will, dove, passate le 24, si è imbucata una compagnia di sfattoni perdinotte. Ad un certo punto, due della cricca, gli ubriachi Philip/Lucien e Al/David, irrompono sul terrazzo del palazzo e fanno baldoria fino all'alba. Il giorno dopo Philip riferisce agli amici come nella circostanza Al lo abbia baciato sulla bocca. L'offerta di Mike/Kerouac (lo scrittore era stato appena cacciato effettivamente dalla Marina Usa) di saltare su una nave, salpare, trasferirsi in Francia e fare gli scrittori maledetti (nonostante la Seconda guerra mondiale sia ancora in pieno corso) capita a fagiolo per Philip che, nonostante sia platonicamente legato alla sua Barbara, ha l'occasione di recidere completamente gli oscuri rapporti con l'omosessuale Al. Il quale, nel frattempo, fa di tutto per conquistare la sua preda Philip, a mo' di "stalking". Ma, per vie di coincidenze assolutamente sfortunate, Philip e Mike non riescono a partire e restano negli Stati Uniti, a tessere sfibrate ragnatele di sogni e citazioni e a sbronzarsi in giro per New York. Sino al tragico avvenimento: Philip, di fronte all'ennesima avance di Al, prende un'accetta, trucida il suo spasimante e ne getta il cadavere nel fiume Hudson.
Una ricostruzione molto simile alla realtà. Con qualche sostanziale differenza, tuttavia. Lucien uccise David con un coltello da boy scout, non con un'accetta. Nel libro, inoltre, Carr, con i vestiti ancora insanguinati, si rivolge sia a Ryko/Kerouac che a Dennison/Burroughs ed entrambi, come realmente accadde, lo convinsero, in un modo o nell'altro, a costituirsi. Ma nella vita reale, a differenza di And the Hippos, Kerouac aiutò Lucien anche a sbarazzarsi dell'arma del delitto. E pochi giorni dopo l'omicidio - manca anche questo nel libro - sia l'autore di Sulla Strada che Burroughs vennero arrestati dalla polizia, perché coinvolti nella vicenda e considerati testimoni oculari importanti. William si fece pagare la cauzione dal padre e uscì subito di galera, lo stesso non fecero i genitori di Jack. Che per tornare in libertà, seppur provvisoria, non ebbe altra soluzione se non quella di sposare in carcere la sua ragazza Edie Parker. E farsi pagare la cauzione dai suoceri.
Una tragica esperienza che, alla vigilia dell'esplosione Beat, segnò per sempre i due scrittori e la loro generazione letteraria. Burroughs, scioccato dall'omicidio, si diede alla morfina per dimenticare. Per quanto riguarda Kerouac, invece, oltre a The Hippos, anche il suo primo romanzo di spessore La Città e la Metropoli (1950) conta tra i protagonisti Carr e Kammerer, stavolta con i rispettivi pseudonimi di Kenneth Wood e Waldo Meister. Ma se qui la morte di quest'ultimo viene sbrigata dalla polizia come un caso di suicidio (Meister cade nel vuoto curiosamente dalla finestra dell'appartamento di Wood), nella sua successiva opera Vanità di Duluoz del 1968 i fatti sono nuovamente presentati in una veste omicida. Lo stesso Allen Ginsberg, tra l'altro, aveva già iniziato un romanzo ispirato alla vicenda dal titolo The Bloodsong (La canzone insanguinata), subito dopo il delitto del fiume Hudson. Ma poi rinunciò all'idea persuaso dal suo tutor della Columbia University - dove Carr era studente - per non infangare pubblicamente il buon nome dell'università.
E che ne fu dell'omicida Carr? Passò solo due annetti in galera, poi uscì, mantenne saldi i suoi rapporti con Kerouac (fu anche il suo testimone di nozze con la seconda moglie Joan Haverty) e cominciò a lavorare per l'agenzia di stampa United Press International, dove fu protagonista di una brillante carriera (vagamente profetizzata dalle ultime righe nel romanzo di Burroughs-Kerouac). È stato lui che, fino a quando è rimasto in vita, ha ostinatamente ostracizzato l'uscita di And The Hippos per preservare la sua carriera e non fare del suo incubo giovanile una ricorrenza senile. Quando però morì nel gennaio 2005 dopo una lunga malattia, cadde anche l'ultimo ostacolo per la pubblicazione dell'opera.
Opera che, tuttavia, ebbe non poche difficoltà di pubblicazione anche prima del veto di Carr. Nessun editore infatti era interessato al romanzo di questi due sconosciuti esistenzialisti su un omicidio omosex. Nonostante le reazioni di facciata delle case editrici fossero: «Oh sì, avete talento. Siete degli scrittori!». Tutto fumo. Ma del resto, ricordava William Burroughs al suo biografo Ted Morgan a metà degli anni Ottanta, «a posteriori, non vedo perché avrebbero dovuto pubblicarcelo. Non aveva appeal commerciale. Non era abbastanza sensazionale. Da un punto di vista strettamente letterario non era ben scritto, né era originale abbastanza. Era di genere estremamente esistenzialista, era roba che ancora non andava in America». Qui Burroughs, nonostante un curriculum psichedelico (in primis Pasto Nudo), non poteva scrivere nulla di più lucido. And the Hippos Were Boiled in Their Tanks è infatti un'opera più giovanile che mai: acerba, lineare, stantia, a sprazzi vivace, ma spesso disorientata. Ma soprattutto è orfana di quella verve sinestetica e di quella prosodia bop che esploderà nei successivi lavori di Burroughs e Kerouac, da Junkie - La scimmia sulla schiena al semitestamento di Big Sur, dove anche la morte ha un colore inconfondibile.

Antonello Guerrera

da Il Riformista, 30/08/2009

«Massacra il gay» I comandamenti della Murder Music

NOTE DISCRIMINATORIE. Dalle piazze ai palchi, da Eminem a Fabri Fibra. L'omofobia coinvolge anche la musica, persino il reggae di Bob Marley. Con la sua Giamaica culla di artisti anti-omo.

Qualche tempo fa Povia, il cantante ex-cocainomane, ex-scapestrato ma che poi si è dato una regolata in chiave family day, era riuscito ad infiammare tutti gli omosessuali d'Italia con la sua Luca era gay. Nell'ultima edizione di Sanremo - dove però si è assisitito ad una esplosione di effusioni omosex - il cantautore milanese s'era beccato le migliori offese, incluso quella di aver composto una canzone «omofobica».
In realtà, nel mondo della musica mondiale, c'è di peggio. C'è l'ironia macabra, certo, di alcuni testi, vedi la band iperribelle Green Day («uccidi tutti i froci che non sono d'accordo», dall'antiBush American Idiot). Ma ci sono anche cantanti e band che, al contrario, promuovono insistentemente e volontariamente messaggi omofobici. Che, il più delle volte, provocano reazioni di sdegno e vergogna in giro per il mondo. Ma che purtroppo, nell'ambito dell'ondata antigay che è esplosa recentemente in Italia, hanno anche molti fan, a volte ignari dello spettacolo (ignobile) al quale stanno assistendo.
Una corrente musicale che oramai da anni viene costantemente messa sotto accusa dalle associazioni per i diritti degli omosessuali di tutto il mondo è quella del Raggamuffin. Un sottogenere giamaicano della dancehall e dello storico reggae che la leggenda Bob Marley ha diffuso in tutto il mondo, fricchettone-pacifista e non. Ma oggi non è raro che diversi musicisti del Raggamuffin, tutti giamaicani, inneggino invece esplicitamente all'odio omosessuale, come Beenie Man («sogno una nuova Giamaica, dove tutti i gay vengano uccisi») Elephant Man, Bounty Killer, Capleton, Buju Banton. Quest'ultimo, proprio qualche giorno fa, si è visto annullare per l'ennesima volta un intero tour americano - da Los Angeles a Philadelphia - dopo le numerosissime telefonate e mail di protesta ricevute dagli organizzatori di Live Nation e Aeg. Ma Banton era già finito nell'occhio del ciclone, precisamente nel 1988, per la sua hit Boom Bye Bye. Nella quale si incita a bruciare, sparare in testa e gettare acido sul volto dei gay. Ma Buju dalle parole passò anche ai fatti nel 2004, quando in Giamaica partecipò al pestaggio di sei omosessuali a Kingston.
Insomma, Giamaica come terra di omofobia. L'isola di Bob Marley è stata spesso definita, dal Time incluso, uno dei posti più pericolosi per gli omosessuali per diverse motivazioni. Sia per fattori religioso-rastafariani, che considerano le relazioni gay uno scempio della natura. Sia per questioni legislative: in Giamaica infatti non è riconosciuto nessun diritto agli omosessuali, ma anzi, se due uomini vengono beccati a fare sesso (ma curiosamente non due donne) vengono spediti direttamente in carcere. E fuori le cose non vanno certamente meglio. Basti pensare che un sondaggio di fine 2008 accertava che il 70 per cento dei giamaicani considerava illegittimo che gli omo avessero gli stessi diritti degli etero.
La musica di Banton, Capleton e company è stata definita "Murder Music" dalle associazioni pro gay, in primis dall'influente britannica Outrage! dell'ex Labour e giornalista del Guardian Peter Tatchell. Che ha lanciato, tra l'altro, anche la campagna "Stop Murder Music", fomentando il boicottaggio di tali cantanti antigay. Ma, azioni di disturbo a parte, Tatchell e compagni nel 2007 hanno raggiunto un grande risultato, ossia far firmare a diversi musicisti giamaicani sotto accusa, vedi Beenie Man, Capleton e Sizzla, il Reggae Compassionate Act. Un impegno a non promuovere alcuna forma di omofobia in pubblico. Uno sforzo poi rivelatosi in (gran) parte vano: alcuni, come Elephant Man e Bounty Killa, hanno rinunciato a sottoscriverlo. Altri, vedi Beenie o lo stesso Banton, l'hanno firmato ma poi lo hanno rinnegato.
Ma a parte gli strozzagay giamaicani, anche altri generi della musica mondiale sono spesso finiti sotto accusa per passaggi poco gentili nei confronti degli omosessuali. Vedi la band hardcore americana Bad Brains, che nell'album Quickness (1989), definì l'Aids, alla maniera di qualche pastore evangelico Usa, «una cura per l'omosessualità». Oppure l'attore, modello e rapper americano Marky Mark - ultimamente visto in The Fighter - o ancora Axl Rose e i Guns N' Roses, nel mirino per la canzone One in a Million del 1988 dove si parla apertamente di «froci», oltre che di «negri» - Rose rispose che i suoi idoli erano due sui generis come Freddie Mercury e Elton John. Senza contare le accuse al rap e all'hip-hop, spesso non teneri nei confronti dei gay. Un esempio italiano è Fabri Fibra con la sua Solo una botta («questo gay mi si avvicina quindi io gli volto le spalle, ma 'sto gay mi tocca le palle io mi scanso verso l' uscita») che scatenò l'ira dell'Arcigay. E, restando in genere, che dire di Eminem, con «vi rompo il culo froci di merda» (tratto dalla sua Marshall Mathers)? Lo stesso attivista Tatchell non esitò a rispondere pan per focaccia al rapper di St. Joseph, commentando il suo modo di agire e di vestire: «Ma non sarà Eminem la checca?».

Antonello Guerrera

da Il Riformista, 03/09/09

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