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Thursday, April 30, 2009

Una religiosa punk, la triste parabola di Suor Sorriso


FRANCIA. Esce "Soeur Sourire", il nuovo film del regista belga Coninx sulla ribelle Jeanine Deckers. Che dal monastero arrivò all'Ed Sullivan Show, scalzando dalla vetta delle classifiche Usa anche i Beatles. Prima dell'ingloriosa fine.

Ribelle, scandalosa, punk. Nel campo della musica aggettivi simili sono più o meno frequenti a rockstar come la casinista Courtney Love, moglie del defunto leader dei Nirvana Kurt Cobain. A volte, però, se li becca anche una suora. O meglio, se li beccava. La cantautrice-religiosa belga Jeanine Deckers, morta suicida nel 1985, è stata l'unica artista belga a raggiungere nel 1963 la vetta delle classifiche di album e singoli più venduti negli Usa, spodestando all'epoca anche i Beatles di Please Please Me. Un successo, tuttavia, costantemente associato allo scandalo. E, da ieri, di nuovo raccontato sul grande schermo.
È uscito in Francia, infatti, Soeur Sourire, lungometraggio del regista belga Stijn Coninx interpretato dalla connazionale Cécile de France, che si è calata nella parte della Decker definendola una «punk ante litteram, aggressiva, arrogante, ma bisognosa d'amore». Soeur Sourire sta all'italiano come Suor Sorriso, il suo soprannome più comune nel nostro paese, dove persino Orietta Berti ha esportato e cantato le sue canzoni negli anni 60. Soeur Sourire, tuttavia, non è il primo lavoro ispirato alla religiosa. Tanto che anche la diva di Hollywood Debbie Reynolds si calò nei suoi panni in The Singing Nun del '66 («fasullo» per la Deckers), oltre alla successiva produzione di serie tv e rappresentazioni teatrali ispirate alla sua storia, dal successo alla tragica caduta.
Una storia sicuramente meno tradizionalista del più recente fenomeno Priests, i tre preti nordirlandesi che hanno sbancato negli ultimi mesi il mercato della musica anglosassone - oltre a quello della Sony, con un contratto di 2 milioni di dollari. Ma, come loro, anche la Decker voleva cantare, in maniera più originale, la parola di Dio al mondo. Entrata nel monastero domenicano belga di Fichermont nel 1959 a 26 anni, trovò presto conforto nella musica. E, quattro anni dopo, riuscì a convincere le superiore a farsi pubblicare un singolo per raccogliere fondi nell'ambito di una missione in Congo. Con il divieto, tuttavia, di mostrarsi in pubblico e l'obbligo di uno pseudonimo, quel Suor Sorriso che ha sempre odiato. Ma la sua canzone Dominique - inno al santo del suo ordine - andò ben oltre le aspettative, scalando la vetta delle classifiche americane, vendendo milioni di copie nel mondo ed esibendosi live senza inibizioni - calcando persino il palco dello storico Ed Sullivan Show nel 1964. Nonostante una profonda fede, di lì all'abbandono del monastero il passo fu comprensibilmente brevissimo.
Ma la conquista della libertà le tolse presto il successo. Scrollatasi di dosso il suo odiato soprannome, trasformatosi in Luc Dominique, il secondo album I Am Not a Star in Heaven, raccolta di canzoni religiose e per bambini, fu un mezzo flop. E di lì Jeanine Deckers non ritrovò mai più la fama perduta. Senza contare la beffa dei compensi. Perché quasi tutti i guadagni andarono al suo ex ordine (come prestabilito precedentemente). E, dulcis in fundo, alla fine degli anni 70 il Governo belga le chiese circa 45mila euro di tasse mai pagate (su guadagni peraltro mai visti, secondo Suor Sorriso). Una mazzata che mandò in fumo tutti i suoi progetti, compreso quello di una scuola per bambini autistici in Belgio, che dovette necessariamente chiudere.
Inutile fu anche l'estremo tentativo, nel 1982, di remixare la sua hit Dominique in chiave discodance - con annesso il recupero del suo impolverato soprannome. Niente da fare. L'ex suora ribelle, che già aveva condiviso le affermazioni di John Lennon sul Messia - «Il cristianesimo scomparirà, noi (Beatles, ndr) siamo più popolari di Gesù Cristo» - e che nel '67 aveva registrato addirittura una canzone a favore della contraccezione sessuale (sulle note di una magica "pillola d'oro"), non ne aveva più. Tanto che, sommersa dai debiti, si suicidò nel 1985 con una overdose di alcol e barbiturici. Trascinando nel suo tragico epilogo anche la sua compagna di vita, anch'essa lesbica ed ex suora, Anna Pécher. Avesse aspettato qualche ora, la Deckers sarebbe venuta a conoscenza che la Sabam (una sorta di Siae belga) le aveva preparato un (sino ad allora sospirato) assegno da 226mila euro per i diritti della sua musica. Troppo tardi.

Antonello Guerrera

From Il Riformista, 30/04/09

Dopo Kasparov, l'Ibm sfida i quiz. Ecco "Watson" per sbancare in tv


HIGH-TECH. Come negli scacchi, un automa per vincere il gioco Usa "Jeopardy!". Ma stavolta l'impresa è più ardua.

Era il 1996 quando l'Ibm lanciò la sua sfida alla razza umana. In quell'anno, infatti, venne alla luce il computer Deep Blue, il primo a vincere una partita di scacchi contro un campione del mondo in carica, in tal caso Garry Kasparov, oggi agitatore della Russia anti Putin. Successivamente Kasparov si prese le sue rivincite contro l'automa, battendolo in diverse partite, capitolando però nuovamente l'anno dopo contro la versione aggiornata di Deep Blue ("deeper"). Nell'occasione Kasparov, allibito dalla potenza di una macchina da 200 milioni di algoritmi al secondo, arrivò persino a dire che, per sconfiggerlo, Deep Blue aveva avuto degli aiuti umani.
Uno scetticismo antimeccanico (in parte acclarato, dal momento che Deep Blue veniva aggiornato di partita in partita dai tecnici Ibm, a seconda delle mosse dello scacchista) che oggi torna di moda. Perché l'Ibm ha lanciato un'altra, audace sfida. Ossia far ben figurare (se non vincere) un altro computer, stavolta di nome Watson (dal nome del presidente dell'azienda fino agli anni 50), nel quiz tv più amato degli Usa. Jeopardy! è uno storico gioco a premi americano, creato nel 1964, trasmesso dalla Nbc e presentato da Alex Trebek. Ma, a differenza degli scacchi, il "database" da cui i concorrenti attingono per partecipare alla sfida televisiva non è un cerchio chiuso. Per Jeopardy!, anzi, oltre a consistenti dosi di cultura e nozioni varie, è necessario avere anche molta logica e capacità di riflessione, per potersi destreggiare tra le varie situazioni del gioco.
In poche parole, se prima per l'automa si trattava "solamente" di scegliere la mossa adeguata tra altre 200 milioni, la sfida adesso è interagire a tutto campo con presentatore e concorrenti e, soprattutto, selezionare e formulare attraverso la lingua conoscenze e soluzioni potenzialmente sterminate. Non solo domande a risposta chiusa, quindi, ma anche aperta. In pratica, Watson dovrà comportarsi come gli altri concorrenti umani. E «per battere i campioni, dovrà rispondere correttamente almeno nell'85% dei casi», sottolinea il responsabile del progetto David Ferrucci.
Un progetto così ambizioso che, quando venne lanciato nel 2007 grazie alla collaborazione di venti esperti di Intelligenza Artificiale, venne tacciato da più parti come irrealizzabile. Ma con la sempre più vasta digitalizzazione di fonti, documenti e notizie, il lavoro di Watson si è reso assolutamente più facile ed immediato. E ora, a macchina quasi ultimata, il limite tra intelligenza umana ed artificiale sembra essersi verosimilmente assottigliato.
Quale sarà l'esito della sfida di Watson è, tuttavia, ancora inconoscibile. Per ora si sa, ad esempio, che la macchina non sarà connessa ad Internet (certo sarebbe stato troppo, oltre che rischioso). E che gli scienziati Ibm stanno cercando degli avversari più che ostici per testare la bontà della macchina. Vedi Ken Jennings, campione a Jeopardy! per 74 puntate consecutive nel 2004, con premi vinti per più di 2 milioni e mezzo di dollari. «Ken è il migliore» ha confermato Ferrucci. «Non ci potrebbe essere prova migliore per Watson».
Chissà che voce e che loquela avrà Watson durante il quiz. Solo a pensarlo fa un certo effetto per noi esseri umani. Di sicuro, non avrà quella parlantina forbita, ripiena e barocca di Gian Luigi Marianini, la prima vera star di un altro quiz televisivo, quel Lascia o Raddoppia di Mike Bongiorno che lo rese famoso all'Italia intera. Un dandy stravagante ed anticonformista, un principe dell'eloquio sempre con la battuta pronta. E ora si prospetta quasi una staffetta, tra l'umano arabesco e la macchina lineare. Chissà, magari un giorno l'Ibm riuscirà a far parlare le macchine come Marianini - si spera di no. Ma per il momento, le sfide sono altre. Già fare una figura decente a Jeopardy! non sarà così elementare, Watson.

From Il Riformista, 29/04/09

Wednesday, April 29, 2009

Bestube!


London tube has been named the best in the EU...got any doubt about? :-)

Here the article for Italians... http://www.ansa.it/site/notizie/awnplus/mondo/news/2009-04-28_128345650.html

Here for English-speaking guys... http://www.tfl.gov.uk/corporate/media/newscentre/11579.aspx

And...as we never fed up with protesting...someone in London is not sooo pleased anyhow... :-)  http://londonist.com/2009/04/london_underground_best_metro_in_eu.php

Tomorrow gotta take Rome tube...pray for me, please, you Londoners lucky! :-)

Monday, April 27, 2009

Get sexed!


Do rejoyce, my dear English pupils! You can learn to have sex from the age of 5! Following the sky-rocketed number of abortion cases, the Goverment has decided to allow sex education classes in primary schools. I'll probably write a piece about later on just for ya - whether I'll get the time, don't guess so though...anyhow, till then you can get the pic here...from the glorious Guardian, here we go. http://www.guardian.co.uk/education/2009/apr/27/sex-education-contraception-schools

Saturday, April 25, 2009

John, Jagger e Sting. Nella crisi mondiale piangono anche loro


Con una simil crisi finanziaria son tempi difficili per gli inglesi, direbbe Charles Dickens. Ma, a quanto pare, non ne soffrono solo poveri e classe media. Infatti, pare che anche rockstar e supericchi della musica anglosassone abbiano perso una buona fetta dei loro corposi patrimoni. Secondo le anticipazioni delle classifiche dei "top rich" d'oltremanica stilate dal Sunday Times - che verranno pubblicate interamente sull'edizione di domani del settimanale londinese - la fetta si attesta in media su un abbondante 10%. Cause principali: la crisi del settore edilizio e perdite varie, correlate ad azioni poco redditizie ed investimenti infelici.
In cima a questa lista poco edificante c'è, manco a dirlo, uno dei re del pop-rock inglese. Ossia Reginald Kenneth Dwight, più semplicemente ed in arte Elton John. Che ha visto ridursi il patrimonio di circa il 26 per cento (crollato a 193 milioni), con una perdita di circa 68 milioni di euro in un solo anno. Un'enormità. «John spende davvero tanto» ha dichiarato Ian Coxon, che ha curato le "Rich List" per il Sunday Times. «Negli ultimi mesi ha donato 42 milioni di sterline (circa 46 di euro, ndr) ad associazioni umanitarie». Senza contare il suo costosissimo e lunghissimo tour al Caesars Palace di Las Vegas, che sembra finalmente essere giunto al termine. Ma la carità di John forse c'entra poco con il suo deficit annuale, dal momento che storicamente, non solo quest'anno, è sempre stato sensibile a temi come l'Aids.
Tuttavia, a far compagnia a Sir Elton in questo capitombolo economico ci sono altri illustri colleghi. Quest'anno, come o addirittura peggio di lui hanno fatto il produttore britannico di Pop Idol Simon Fuller (perdendo quasi un terzo del suo capitale) e Sir Tom Jones (giù del 24 per cento). Mentre l'ex Beatle Paul McCartney - complice anche l'onerosissimo divorzio dalla moglie Heather Mills da 26 milioni - ha perso circa 66 milioni di euro del suo patrimonio (che ne vantava 553), l'ex Stone Mick Jagger si è accontentato di perdere il 16 per cento dei suoi averi, precipitando a quota 210 milioni, e l'ex Police Sting il 10 (conservando ancora 200 milioni). Senza contare poi Eric Clapton (giù del 14 per cento, ora gli rimangono "solo" 132 milioni) e il genio scapestrato di Amy Winehouse, che ha visto polverizzarsi circa metà della sua fortuna.
Ma nel mondo della musica britannica, comunque, non tutti i ricchi piangono. I primi due della classifica dell'anno scorso, ossia il fondatore dell'etichetta Zomba Clive Calder (una volta label di Britney Spears, ma venduta nel 2002) e Lord Lloyd Webber dei musical Evita e Jesus Christ Superstar hanno tenuto duro, resistendo in vetta con i loro miliardari patrimoni praticamente immutati. E c'è addirittura chi, nell'ultimo anno, ci ha guadagnato. Vedi il produttore di Mamma Mia Judy Craymer, quello di American Idol, Britain's Got Talent e X Factor Simon Cowell nonché, udite udite, gli Oasis. Tutti in positivo, con il primo che sfoggia addirittura un +29%. Tutti che, grazie ai loro recenti successi al cinema, in tv e sul palco, hanno fatto man bassa di sterline, smentendo l'andazzo negativo di moltissimi loro colleghi. Forse non è un caso che proprio ieri i fratelli Gallagher, dopo l'ultimo e più che renumerativo Dig Out Your Soul, hanno annunciato di non voler più registrare un album per i prossimi cinque anni.


da Il Riformista, 25/04/09

Saturday, April 18, 2009

I 44 giorni funesti di Mister Clough

(Just a review of mine on the legend Brian Clough. From Il Riformista, 18/04/09 ed.)

DAVID PEACE. Arriva in Italia "Il maledetto United". Storia romanzesca di come fallì l'allenatore più amato (e odiato) d'Inghilterra.

Un mito del calcio inglese. Così leggendario da risultare quasi immateriale. David Peace n
on poteva descrivere la storia di uno dei più amati allenatori d'oltremanica, Brian Clough, nel libro Il maledetto United, recentemente tradotto da Il Saggiatore (408 p., euro 17,50), se non con un limbo tra finzione e realtà. Il plot, tra tragici scambi e accecanti flashback, sfreccia velocissimo su due binari flusso-coscienziosi. Che raccontano prequel e sequel della sua avventura al glorioso Leeds United, dove Clough (morto nel 2004 a 69 anni) registrò il più grande falli
mento della sua carriera. Il viaggio di questo treno i
mpazzito dura 44 capitoli-giorni. Proprio quanto il mister resistette ad Elland Road.
Ovvio però che il ritratto di una figura inincorniciabile come "Cloughie" (affettuoso nickname stile "Fergie" per Ferguson) avrebbe generato polemiche. Il maledetto United, uscito in Inghilterra nel 2006, è subito diventato un bestseller. E da qualche settimana è nelle sale britanniche anche l'omonimo film, con Michael Sheen alias Cloughie. Ma la pellicola di Hooper ha resuscitato il vespaio di proteste di tre anni fa. Un ritratto «fittizio e scorretto» secondo la famiglia di Clough e qualche giocatore del Leeds. L'allenatore nella realtà non sarebbe stato così sboccato, alcolizzato e nicotomane come ritratto in Maledetto United. Ma del resto l'autore postilla nel libro: «Questo romanzo è ancora una volta una finzione, ancora una volta basata su un fatto».
Il fatto è la carriera di Clough. Epica, ma con indelebili rimpianti. 251 gol in 274 partite da attaccante, ma solo due presenze in Nazionale e un gravissimo infortunio al ginocchio che gli spezza la carriera. Impensabili trofei sulla panchina di squadre mediocri - tra cui due campionati e addirittura due consecutive Coppe Campioni nel '79 e nell'80 con la matricola Nottingham Forest - ma mai chiamato sulla panchina dell'Inghilterra. Il tutto tra maledizioni ed inquietudini costanti per Cloughie: l'alcolismo ma anche, incredibile a dirsi, il Leeds United.
Già, perché i 44 giorni dell'allenatore di Middlesbrough sulla panchina di Elland Road, «dove non splende mai il sole», sono una via crucis inizialmente impensabile, ma man mano sempre più corrosiva e concreta («sto per morire, ma nessuno si azzardi a dirmelo»). Clough, con il suo carisma troppo ingombrante, ha già perso il posto al suo amato Derby County, altra matricola portata ai vertici. Caduto nell'oblio, nel '74 a Cloughie arriva la chiamata dei campioni del Leeds United, abbandonati dal suo nemico Don Revie, diventato c.t. della Nazionale. Brian è a un bivio. Sino a qualche settimana prima, da commentatore e allenatore, aveva sempre accusato il Leeds di gioco sporco. Ma Clough accetta ugualmente l'offerta del "maledetto" United.
Nel frattempo, tutto l'universo di follia e atea passione di Cloughie esplode, riga dopo riga, in un irrefrenabile big-bang di esultanze e ingiurie, disperata solitudine e fede Labour-socialista (regalava anche i biglietti agli operai), incubi e gesti inconsulti. Vedi le sbronze quotidiane. O la scrivania di Revie fatta a pezzi con un'ascia e bruciata. In un calcio, quello inglese degli anni 70, dove ha appena fatto capolino la prova Tv (odiata da Clough), dove le dirigenze sono ancora casareccie, dove il turnover è vietato, dove spendere 900mila sterline per un calciatore è uno scandalo. A proposito. Nel libro ritorna nei pensieri di Clough la semifinale di Coppa dei Campioni persa dal suo Derby County due stagioni prima contro la «Puttana d'Europa» Juventus di Zoff, Capello e Altafini. Dopo un arbitraggio più che discutibile e strane "manovre" juventine negli spogliatoi, il Derby perde 3-1 nell'andata a Torino. Clough allora si avvicina ai giornalisti del Belpaese e grida loro «lentamente, nel caso non capissero»: «Maledetti bastardi truffatori italiani, fottuti codardi!». Dopo questa sconfitta, per Cloughie ci sarà «la fine di ogni bene e l'inizio di ogni male». Almeno sino all'arrivo al Nottingham Forest. Dove la tribuna dello stadio porta ancora oggi il suo nome.

IL MALEDETTO UNITED
David Peace
Il Saggiatore, 408 pp., euro 17,50

Monday, April 13, 2009

Black-red humour

Ok, I came across this video, featuring both my worldwide favourite comedian-showman David Letterman and one of the bands I've mostly been listening to in the last weeks, that is White Lies, whose last album To Lose my Life is great. Well, this video shows a superb To Lose My Life performance, then a "flower mess" and Dave's consequent humour at the end...lol!

Saturday, April 11, 2009

Premier books!


(My last piece on Premier League stars and their reading habits, lol! It is kinda funny. Sorry again for not translating, wish I'd time to. From il Riformista)

POTTER E L'ILIADE, I BESTSELLER DELLA PREMIER

Pallone, successi, sbronze, risse, wags. Ma la Premier League, tra alti e bassi, non è solo questo. Infatti, qualche giorno fa sono state annunciate le letture preferite di 20 campioni del campionato inglese. Già, pare che a Rooney & Co. piaccia anche leggere un buon libro, di tanto in tanto. Il tutto rientra nel progetto Premier League Reading Stars. Che è in vigore dal 2003 in Inghilterra (e in Scozia dal mese scorso) con già 99 star pallonare che si sono espresse sui loro gusti letterari e il cui scopo si può riassumere in una semplice esortazione rivolta ai più piccoli: «Bambini, leggete di più, vedete? Lo fanno anche i vostri idoli calciatori».
La scelta della Premier, ovviamente, non è stata dettata dal caso. Secondo un recente studio del National Literacy Trust, i calciatori sarebbero i personaggi pubblici più convincenti ad incentivare i pargoli inglesi alla lettura - a seguire, attori, rockstar e politici. Il direttore dell'ente Jonathan Douglas ha parafrasato: «Il calcio ha una tale influenza culturale in Inghilterra che dobbiamo sfruttarne la potenza per cambiare la mentalità della gente».
Va benissimo, ma allora cosa leggono i gladiatori della Premier? Beh, sinceramente non esulano troppo dalla realtà. La stragrande maggioranza delle stelle ha scelto infatti libri sportivi. Il terzino platinato dell'Arsenal Sagna, ad esempio, preferisce l'autobiografia-testamento Con l'anima di una farfalla di Muhammad Ali - «lo amo, è il viaggio spirituale di un mio idolo» ha dichiarato il calciatore. Per non parlare di Sturridge del Manchester City con l'autobiografia di Pelè o del baseball di Moneyball di Michael Lewis, scelto dal portiere "Calamity" James del Portsmouth. Ma c'è qualcuno che esce dal recinto. In primis il fenomeno dello United Wayne Rooney, fan assoluto di Harry Potter. Ma vi sono anche Carragher del Liverpool con Warhorse di Morpurgo e addirittura Robert Green del West Ham con l'Iliade. Ad ogni modo, 11 su 20 stelle "acculturate" della Premier sono portieri. Casualità? Non è che quando l'azione si sposta dall'altra parte del campo, loro ogni tanto spulciano un libro a nostra insaputa?


di Antonello Guerrera

da Il Riformista, 09/04/09

Tuesday, April 7, 2009

Due (e forse più) inediti di Crichton, Il boom della letteratura postmortem


RIVELAZIONE. Come riporta il "New York Times", la casa editrice Harper Collins pubblicherà entro il 2010 due nuovi romanzi dello scrittore, ripescati dal suo computer. Che in memoria ha ancora tanti file misteriosi...

di Antonello Guerrera

Se il suo pronto soccorso Er chiude, Michael Crichton risponde con due inediti romanzi. Ovviamente postumi, dal momento che il medico-scrittore statunitense è passato a miglior vita lo scorso novembre, all'età di 66 anni, con alle spalle 150 milioni di copie vendute e una schiera di bestseller come Congo, Sfera, Andromeda e Jurassic Park. L'ultima uscita era stata Next, giunto in Italia nel 2007 per Garzanti, e si pensava fosse l'epilogo di Crichton. Ma ultimamente gli inediti sembrano andare di moda. E così, dopo diversi recenti manoscritti giunti dall'oltretomba, come Foster Wallace o la coppia Burroughs-Kerouac, è il turno di Crichton.
Come rivela il
New York Times, la casa editrice Harper Collins avrebbe tra le mani due lavori inediti dello scrittore americano, uno completo, l'altro no. Entrambi, ad ogni modo, dovrebbero vedere definitivamente la luce entro il 2010. Di Pirate Latitudes, composto in contemporanea alla produzione di Next e che lo scrittore riuscì a terminare in vita, già si conosce la data di pubblicazione, ossia il 24 novembre 2009. Il romanzo avrà per protagonisti un pirata di nome Hunter e il governatore di una Giamaica del XVII secolo che complottano un assalto ad un ricco galeone spagnolo. Jonathan Burnham della Harper ha dichiarato al quotidiano americano come il romanzo «sia molto ricercato e dettagliato su navigazione e mondo dei pirati, legando le realtà di Mondo Nuovo, Spagna e Caraibi».
Insomma, qualcosa di sicuramente differente dalle proverbiali atmosfere fantasy-scientifiche di Crichton e forse più simile ai primi romanzi come
La grande rapina al treno del 1975, come ha sottolineato anche Burnham. Per il secondo libro, che invece sarebbe un thriller tecnologico, si pensa a come completarlo, dal momento che Crichton era riuscito a scriverne solo un terzo di quanto previsto. L'editore, perciò, ha rivelato come lui, la vedova Sherri e lo storico agente dello scrittore scomparso Lynn Nesbit stiano già valutando di scegliere un altro autore per completare l'opera. Opera che, tuttavia, né Burnham né Nesbit hanno ancora visionato. Complice, ovviamente, la proverbiale e estrema riservatezza di Crichton - «non ho mai visto nessuno più riservato di lui» ha dichiarato Nesbit -, che non faceva mai vedere le sue opere in progress, nemmeno a editori ed agenti.
Per
Pirate Latitudes si parla già di una tiratura di circa un milione di copie. Una cifra che potrebbe essere anche un azzardo, visto che l'ultimo Next ha venduto "solo" 800mila copie secondo la Harper Collins, anche se l'agenzia di monitoraggio vendite Nielsen BookScan le ha calcolate in una cifra inferiore, 500mila. Ma, tralasciando le previsioni di (in)successo, Pirate Latitudes e il più oscuro secondo romanzo tuttora in progress potrebbero anche non essere gli ultimi inediti di Crichton. Non accadrà nulla di simile a Robert Ludlum e la schiera di ghostwriter postmortem, ha assicurato Burnham, ma significativa è l'affermazione dell'agente Nesbit: «Il computer di Michael Crichton ha in memoria ancora tanti, tanti file da analizzare e scrutinare. E noi ancora non lo abbiamo fatto».


da Il Riformista, 07/04/09

Sunday, April 5, 2009

Have a stout!


Gonna visit Dublin? Here we go, the city best 10 Irish Pubs, among drunkards, Ulysses and smooth bars. Thanks to the Irish Independent for the tip! ;-) 
Come on fellows, do drink this link up!


all the best

Thursday, April 2, 2009

In Irlanda ora ci credono, "Possiamo arrivare primi"


Il mio articolo di oggi su Gazzetta.it. The piece I wrote today for La Gazzetta dello Sport. No translation available, beg your pardon.

I giornali irlandesi accolgono con favore (ma anche con un pizzico di rammarico) il pareggio del San Nicola contro l'Italia: "La marcia verso il Sud Africa prosegue". Lodi al capitano Keane, apprezzamento per Trapattoni. Ma il solito Brian Kerr attacca il c.t.: "Gioco orrendo".

DUBLINO, 2 aprile 2009 - È ufficiale. Se prima erano semplicemente "underdogs" (ossia inseguitori), ora gli irlandesi credono davvero al primo posto nel girone di qualificazione per
Sud Africa2010. Circa tre settimane faTrapattoni aveva dichiarato "possiamo finire in vetta". Ironia e incredulità furono le principali risposte alla sua uscita. Ma "di ritorno dalla navicella spaziale del San Nicola" con l’1-1 di ieri sera ampiamente meritato, anche un giornale tendenzialmente scettico e critico nei confronti del Trap come l’Irish Independent (la settimana scorsa gli rinfacciava addirittura le scelte dei panchinari) titola: "La marcia verso il Sud Africa prosegue grazie al pareggio in extremis del capitano Keane". E poi, con macabra ironia: "Ora possiamo crederci. Lo stadio San Nicola è quello che può essere evacuato più facilmente in Europa, ci hanno detto. Ma ieri i tifosi italiani non ce la facevano a scappare veloci come volevano". Una spavalderia oramai ufficiale che, in un altro articolo dell’Irish Independent, recita: "Una squadra irlandese che arriva in Italia, domina col possesso palla e, nonostante un pareggio in zona Cesarini, può rammaricarsi di esser tornata a casa con un solo punto. Deve essere un pesce d’Aprile. Invece è realtà".
RAMMARICO IRISH - Sì, è così. Gli irlandesi tornano radiosamente soddisfatti in patria ma, non lo dice solo la loro stampa, potevano realizzare il colpaccio. Keane ("Peccato aver ciccato il tiro nel recupero, abbiamo stradominato, l’Italia ha avuto una sola occasione") e Dunne ("Dovevamo vincerla, questa partita") la dicono lunga. Ma come titola a più riprese l’Irish Times, questo "è un punto di valore inestimabile, Keane è stato il salvatore dell’Italian Job". E andando tra le righe: "Gli italiani sembravano devastati. Mentre hanno accolto con tutti gli onori il nostro c.t., godevamo di una pioggia familiare e ci hanno regalato un uomo in più dopo 3 minuti. Ma non era abbastanza. Così la palla ha incrociato la gamba tesa di Robbie Keane per il tributo ad una confusa ed appannata difesa italiana". Ma forse qualche avvisaglia già c’era nella stessa scelta di giocare a Bari, perché, come aveva dichiarato lo stesso Liam Brady, "quando gli italiani temono il loro avversario si spostano a sud". E così ieri a Bari i fan irlandesi, dopo il mega "San Patrizio" di due giorni fa nella città vecchia (con una stima di 265mila pinte ingurgitate dagli ospiti d’oltremanica nella loro vacanza pugliese), erano "ubriachi di gioia", dichiara l’Independent.
TRAP vs LIPPI - E poi, ovviamente, non poteva mancare il capitolo Trap. Che ha sorpreso tutti, con il tridente e tre cambi - cosa che con l’Irlanda non ha fatto neanche nelle amichevoli – contro l’Italia "maestra del contropiede", bolla l’Irish Examiner (e non solo). Dopo il pareggio di ieri, se l’Irish Times alla vigilia storceva il naso contro un’accoglienza italiana per il Trap "sin troppo calda", oggi l’Examiner la mette limpidamente sul personale duello con Marcello Lippi: "A Bari Trapattoni ha mostrato chi è il vero capo". E, sottolinea l’Irish Times: "Il Trap ha riso per ultimo. E ritorna in Irlanda più alto, giovane e allegro di prima. Trapattoni, la cui storia è più lunga e complicata (di Lippi, ndr) ha riso per ultimo e più a lungo. Nel calcio può succedere di tutto". E poi va beh, sempre sullo stesso giornale c’è il commento dello spauracchio del mister di Cusano Milanino, editorialista, nonché ex c.t. irlandese Brian Kerr. Che ha attaccato il "Giuannin" sin dall’inizio della sua avventura e che oggi loda il coraggio dell’attuale tecnico nell’inserire subito la terza punta Folan, spostando Keane tra le linee. E poi, però, definisce il gioco della nazionale verde "orrendo", mentre "Trapattoni tuttora ignora giocatori del calibro di A. Reid, Carsley e Morrison, nonostante abbia avuto tutto il tempo per visionarli". Ma oramai si sa, anche se gli irlandesi vincessero un’improbabilissima Coppa del Mondo in Sudafrica, con il Trap in panchina Kerr avrebbe sempre qualcosa da ridire.

Antonello Guerrera

Da La Gazzetta dello Sport.it, 02/04/09
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