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Tuesday, March 31, 2009

Shah-rlock Holmes!


Got stuck with Iran lately, methinks. Anyway, would love to share with you this lovely article from the Guardian... http://www.guardian.co.uk/commentisfree/2009/mar/27/sherlock-holmes-iran-london

Iranians love Sherlock Holmes, Poirot and Maigret. But why don't they have their own fictional detectives? ;-)

fare thee well

Non lo traduco in italiano perché si capisce! ;-)

La Khakpour e un nuovo Iran: "Yes, we can!"


(il mio articolo di oggi su "Il Riformista")

INEDITO. Esce domani in Italia Figli e altri oggetti infiammabili, romanzo della scrittrice irano-americana fuggita da Teheran con la Rivoluzione del '79. Bush e Ahmadinejad? «Una coppia di stronzi». Obama? «Diamogli tempo. Ma sarà Internet a cambiare il mio Paese». Anche se l'esilio ancora non è finito. E le veline...

di Antonello Guerrera
È stata inserita nella prestigiosa cernita letteraria "Editor's Pick" del New York Times. È il simbolo di una nuova generazione di iraniani trapiantata in America che rompe le secolari tradizioni d'origine. E il suo romanzo d'esordio Figli e altri oggetti infiammabili, così venerato dalla critica a stelle e strisce, è finalmente giunto in Italia. Da domani sarà in vendita in tutte le librerie per Bompiani (pagg. 424, euro 19), così l'autrice Porochista Khakpour ha concesso al Riformista un'intervista per battezzare l'evento in un albergo romano. E, ovviamente, lei, avvolta da una gonnellina fucsia e una calzamaglia lacerata geometricamente, non rappresenta lo stereotipo della donna iraniana. Il suo Figli e altri oggetti infiammabili è il racconto di una famiglia scappata da Teheran in concomitanza con la Rivoluzione del '79 e trapiantata in California. Con tutte le difficoltà del caso, vedi i contrasti tra nuove e vecchie generazioni, l'emancipazione di donne e gay e il clima post 11/9.
Ma come mai un titolo del genere? I figli sono infiammabili?
Oh, no! A dir la verità non è il titolo che avevo scelto io, bensì il mio editore americano (Grove/Atlantic, ndr), anche se «sons» (figli) era per me fondamentale. Ma io con l'infiammabile mi riferivo ad altro, come alle colombe bruciate nel libro dal padre Adam in Iran, non voglio mettere al rogo i bambini. È stato un po' un equivoco che cozza con il senso ironico, anzi tragicomico del libro. Tra l'altro la traduttrice Licia Vighi mi ha detto che nella vostra lingua «figli» comprende, a differenza di «sons», anche le donne. Ma i protagonisti del libro sono il padre Adam e il figlio Xerxes e su questo spigoloso rapporto maschile si basa tutto il romanzo.
A questo proposito, l'opera mi appare di grande impatto autobiografico. Anche lei è fuggita da Teheran da bambina per la California.
Esatto. E dirò di più. Sono cresciuta con un padre che mi ha trattato come un maschietto sino a poco tempo fa. E forse sono cresciuta troppo in fretta, dal momento che i figli degli immigrati iraniani diventano improvvisamente i capifamiglia all'estero. I miei genitori sembravano quasi allucinati di fronte alla nuova realtà, inermi, reclusi. Ed eravamo noi figli ad essere il link con l'esterno, a presentare le nostre famiglie agli americani. In questo modo, il rapporto con mio padre era di grande competizione (come tra Xerxes e il genitore Adam nel libro), tanto che capitava a tavola che quasi ci prendevamo a pugni.
Come consideri i tuoi connazionali immigrati in America? E cosa è cambiato con l'11/9?
Ho una pessima considerazione di loro. Generalmente la comunità iraniana negli Usa è benestante, repubblicana, non sa nulla dell'Islam e sostiene l'invasione degli Stati Uniti a Teheran. Quando ero adolescente andavamo da Pasadena a Teherangeles (una sorta di Londonistan iraniana, ndr) e vedevo la maggior parte dei miei connazionali ricoperta di bracciali e collanoni d'oro, sfoggiando Mercedes e Bmw, capelli tinti o mesciati. Tutti in preda ad uno sfrenato materialismo, troppo assimilati alla cultura di Los Angeles. E anche le ragazze non erano da meno. Ho avuto difficoltà a stringere amicizia con coetanee di altra nazionalità, ma mai quanto con quelle del mio paese. Dopo il crollo delle Torri Gemelle, ad ogni modo, non è cambiata più di tanto la concezione degli americani nei confronti degli iraniani. Diciamo che i sentimenti più negativi erano rivolti ai mediorientali, non a noi.
Ogni giorno arrivano dall'Iran di Ahmadinejad notizie inquietanti, dalle libertà civili sino al nucleare. In questo scenario negativo, secondo lei qual è la cosa più bella dell'Iran oggi?
Internet. La rete ha salvato i giovani, creando un immenso movimento underground. Come accadde in quella del '79, dai giovani potrebbe presto partire un'altra Rivoluzione culturale. Comunico con tantissimi ragazzi iraniani su internet, i blogger e social network sono attivissimi, gli adolescenti, nonostante tutti i tentativi del Governo per bloccare il movimento, riescono a scambiarsi opinioni e crescere assieme, sono scaltri, acculturati, possono davvero cambiare il mondo. E in questo calderone giovanile c'è una grandissima presenza femminile, ovvia perché, come in pochi sanno, in Iran la maggioranza degli iscritti all'università sono donne. E in loro ho moltissima fiducia, sanno risolvere i problemi più degli uomini.
Tra poche settimane nel suo paese d'origine vi saranno le elezioni nazionali, come vede la situazione?
Sono molto ottimista, anzi, per dirla meglio, realisticamente ottimista. Io penso che i riformisti possano vincere e ho molta fiducia in Khatami (anche se non è il massimo per me) e nel processo per una normalizzazione della vita politica e sociale in Iran. Veniamo da un ciclo terribile, da una coppia di stronzi come Ahmadinejad e Bush che ha messo a repentaglio la pace mondiale. Certo il sistema alla base rimarrà quello e ci vorrà tempo per un cambio radicale. Ma, ripeto, sono realisticamente ottimista. E non bisogna essere frenetici del cambiamento come sta avvenendo negli Usa con Obama. Gli americani pensavano che il neopresidente avesse la bacchetta magica e che tutti i problemi si sarebbero risolti in qualche settimana.
A proposito, pensa che il dialogo tra Usa e Iran sia possibile con la nuova Amministrazione, dopo che McCain durante la campagna presidenziale ha intonato «Bomb, bomb, bomb Iran» sul ritornello dei Beach Boys e il Segretario Clinton da par suo ha minacciato di cancellare l'Iran dalla faccia della Terra qualora attaccasse Israele?
Sugli ultimi due è meglio che non mi esprima. Rimanendo al presente, amo Obama e credo moltissimo in lui. Raramente ha il vizio dei presidenti americani, ossia fare un po' il bullo nei confronti di chi non si attiene alla linea politica degli Stati Uniti. Ma la grande differenza con i predecessori è che Obama è un presidente istruito e conosce il mondo meglio di tanti altri. Certo, ha fatto un bel passo con il recente messaggio di auguri per il Nowruz iraniano, ma in un solo mandato non ce la farà a ricucire con l'Iran, anche perché la crisi economica ha preso il sopravvento dell'agenda. Ma in otto anni sarà possibile. Per il futuro della politica americana il mio più grande incubo, comunque, è Sarah Palin, il maiale col rossetto. Mi sembra quasi un cavaliere dell'Apocalisse, un Anticristo. Con lei la società americana potrebbe essere ancora peggio di quella attuale, dove i valori cristiani sono asfissianti quasi quanto quelli con la Rivoluzione in Iran.
Pensa di tornare in Iran, dopo la fuga da bambina?
No, non credo, almeno non adesso. Non ci sono le condizioni ideali per farlo, anche se la mia famiglia non credo sia così invisa al Governo attuale. Mio padre ogni tanto si lascia scappare «gloria all'Iran» e «Ahmadinejad non è così male», addirittura lo zio di mia madre è Akbar Etemad, padre del nucleare iraniano degli anni 70.
E come giudica la letteratura iraniana negli States?
Il problema dell'editoria americana è che tende costantemente ad un'orientalizzazione del prodotto letterario, puntando sull'esotismo per far breccia nel lettore Usa - cosa che per me è spazzatura. Di iraniane, però, mi piace molto la Satrapi: il suo Persepolis ha introdotto magnificamente e per la prima volta l'Iran al mondo. Mentre Leggere Lolita a Teheran della Nafisi è, secondo me, sopravvalutato.
L'intervista è finita ed è ora di pranzo. La Khakpour si alza e dichiara di esser rimasta esterrefatta dalle abbondanti porzioni dei piatti dei nostri ristoranti: «mai visto nulla di simile a New York (dove ora vive, ndr)». E poi, le sue considerazioni cadono su un certo costume italiano: «Ieri ho acceso la vostra Tv, mio Dio! C'era tutta una serie di ragazze in costumi grossolani (veline ed affini, ndr), ero imbarazzata e scioccata!».

da
Il Riformista, 31/03/2009

Sunday, March 29, 2009

Trap, occasione persa - La Bulgaria frena l'Irlanda


(Il mio articolo di ieri sera sulla Gazzetta dello Sport.it - The piece I wrote last night for La Gazzetta dello Sport.it)

A Dublino finisce 1-1, dopo il vantaggio dei padroni di casa con Dunne al 1' e l'autogol di Kilbane. Sfuma, così, la possibilità per l'Eire di presentarsi allo scontro diretto di mercoledì a pari punti con l'Italia

Il sogno di arrivare a Bari a pari punti con i campioni del mondo è fallito. Ma non c’è da disperare per Trapattoni e i suoi ragazzi. Nonostante importanti assenze (Duff, S. Reid e il sempre più "autoescluso" Ireland) l’Irlanda impatta 1-1 nel suo Croke Park contro la Bulgaria. Ma una vittoria dei gaelici non sarebbe stata ingiusta, con gli avversari che sono riusciti a pareggiare nel secondo tempo solo grazie ad uno sfortunato autogol di Kilbane.
LA TESTA DELL'ARMADIO - Se nelle ultime uscite i verdi del Don Giovanni milanese avevano spesso e volentieri preso gol a freddo, stavolta passano solo 40 secondi e l’armadio Dunne, appostato sul secondo palo, insacca di testa da distanza ravvicinata su punizione di Hunt. L’Irlanda, per una decina di minuti, è così sola in testa alla classifica. E anche dopo la segnatura i verdi non si fermano, sfruttando le fasce e attuando un acceso pressing nella metà campo dei bulgari. Tengono bene il campo per mezz’ora grazie agli attaccanti-cassaforte Keane e Doyle e si fanno vedere un paio di volte dalle parti di Ivankov con Whelan. Ma col passare dei minuti la squadra di Stoilov prende coraggio e tra il 27’ e il 44’ fallisce tre ottime occasioni in area davanti a Given. Prima con Georgiev (dopo una straordinaria azione di Manolev sulla destra), e poi con Rangelov e Popov, senza mira adeguata. Ma la porta irlandese rimane immacolata.
CAMBI BULGARI – Al ritorno in campo la Bulgaria si presenta con Dimitrov al posto di Popov e sembra più intraprendente dei primi 45 minuti. Kishishev ci prova da fuori al 54’, mancando di poco la porta di Given. Ma, l’Italia è avvertita, entrare nell’area dell’Irlanda presidiata da Dunne e O’Shea non è cosa semplice. Tanto più se le ali del convalescente McGeady e dell’ottimo Hunt diventano terzini aggiunti per poi scappare in contropiede. La squadra di Trapattoni, come fa spesso, sembra assopirsi, ma poi s’accende a fiammate improvvise. Così Keane al 59’, smarcato da una superba torre di Doyle, a pochi metri dalla porta spreca sparando addosso al portiere Ivankov. Che sette minuti dopo, però, compie un goffo intervento su cross di Hunt, liberando in area un solissimo McGeady che però tira troppo debolmente, facendosi parare la conclusione.
KILBANE SCIAGURA - Ma ecco che al 72’ la Bulgaria coglie un inaspettato pareggio: S. Petrov scarica in area dalla destra un lancio di Kishishev e il terzino gaelico Kilbane devia fatalmente la palla alle spalle di Given. L’immediata reazione dell’Irlanda al pareggio è tutta in Aiden McGeady. Che prima non sfrutta un pasticcio della difesa avversaria e poi all’82, dopo una bella azione personale, spara alle stelle. L’Irlanda è a corto di fiato, ma continua a premere. Keane ubriaca i bulgari dalla sinistra, il suo tiro ad incrociare si spegne però fuori. Ma il più colossale match-point lo fallisce Doyle che al 92’, smarcato all’altezza del dischetto da un perfetto cross di Andrews, appoggia debolmente la sfera ad Ivankov. Finisce così partita e sogno irlandese, almeno per questa sera. Ma con il Trap e una squadra così tenace ed imprevedibile, anche a Bari tra qualche giorno nulla sarà impossibile.


Thursday, March 26, 2009

They said no, no, no!

Ok, let things be smooth and sparkling clear. Amy Winehouse's last album Back To Black is one of the best music works I've ever listened to in the last 5-6 years - if not THE best. Indeed, I can't resist playing it all day and night long - kinda addicted, I must admit. We all are waiting for the next one - which will be the third, by the way - natch!

Yet, there's been something bad at stake about it in the last hours. According to some papers (The Sun included), Winehouse's label Island Records would not be satisfied with her new album draft after listening to it and consequently forced Amy to record different "better" tracks. However, a Island Records spokesman rejected the claims then, stating that they "are absolutely not true". Where's the truth. I already have my idea, but you can hear the both sides anyhow here http://www.musicrooms.net/rock-and-pop/amy-winehouse-new-songs-not-up-to-scratch_763.html and here... http://www.aceshowbiz.com/news/view/00023056.html


Wednesday, March 25, 2009

Education, education, education


That was Mr. Tony Blair's motto at 1994 elections. I never set the saying aside, as the funniest, strangest and most concerning (why not) Education news keep on coming from England. I still remember a last year report about the WW II left out from some English High School (do not remeber exactly which one and where, sorry) program in order not to offend Arab pupils. Gosh. Fun never ends in English education, though. The latest news is about Primary School education. According to the plan drawn up by the former Ostfed Chief Sir Jim Rose - which is due to be published next month - children will no longer have to study the Victorians or the second World War. In fact, both issues will be optional in the program, whereas pupils will be required to leave the school familiar 
with blogging, podcasts, Wikipedia and Twitter as sources of information and forms of communication - which would be compulsory. They also must gain "fluency" in handwriting and keyboard skills, and learn how to use a spellchecker alongside how to spell. Ya can get the whole pic here... http://www.guardian.co.uk/education/2009/mar/25/primary-schools-twitter-curriculum

Non ho voglia di scrivere in italiano adesso, credo che la versione inglese sia sufficiente per stasera...e il link è lo stesso! ;-)

Sunday, March 15, 2009

Minimum can


Il governo inglese vuole porre un prezzo minimo per le bevande alcoliche. Così una lattina di birra da 50 cl non costerà meno di una sterlina, una bottiglia di vino non meno di 4. Questa proposta, ancora tutta da scrutinare, è stata avanzata dal capo della Commissione medico-sanitaria governativa Sir Liam Donaldson. Alla base di tutto, però, non c'è tanto la salute dei giovani, quanto invece il calcolo delle spese per la sanità pubblica inglese Nhs alle prese con malattie correlate all'uso e abuso di alcol: 3 miliardi di sterline l'anno. Una cifra destinata a salire tra birre pomeridiane al parco, happy hour e shottini notturni sin da tenera età. Chi si oppone alla proposta di Donaldson pensa che aumentare così i prezzi di pinte e quant'altro non andrebbe a colpire i bevitori più assidui - che non smetteranno certo di bere di fronte a queste misure -, quanto quelli più poveri e saltuari, che dovranno tirare la cinghia. Una cosa simile verrà probabilmente approvata in Scozia da fine 2009 (e sarebbe il primo paese europeo a farlo). Il resto della storia è qui: http://www.guardian.co.uk/society/2009/mar/15/alcohol-double-prices-recommendation
Il Governo inglese, però, oltre ai dati dei costi dell'alcol per Nhs, potrebbe diffondere per correttezza anche il giro di affari dell'alcol e quanto esso influisce sull'economia nazionale, da fabbriche e distillerie sino a pub e ristoranti. Ossia, spese, ma anche incassi, please.


Minimum prices for alcoholic drinks are due to be introduced in England after the Government Chief Medical Officer Liam Donaldson's proposal. Thus, a beer can could cost at least £1 and a bottle of wine minimum £4. Yet most important is the fact that the government is not interested in limiting illness caused by alcohol, but in money. In fact, alcohol-related illnesses expenses are estimated to cost the NHS £3bn a year, which is thought to be consequently much more after drinking afternoon beer in the park, happy hour drinks or night-time shots since a young age.
According to the plan critics, this would not deter people who do usually get drunk, whereas it would hit the pockets of hard-working families who struggle to make ends meet. A similar plan will likely come into force by the end of the year in Scotland, thus being the first european country to introduce minimum prices for alcoholic drinks. The whole story here...http://www.guardian.co.uk/society/2009/mar/15/alcohol-double-prices-recommendation
By the way, apart from NHS expenses, the Government should make public how much money is involved by the production and selling of alcohol and how national economy is "affected" by that. We would like to know revenue and expenditure of the whole business related to alcohol, please.


L'Ira e gli U2, I due destini dell'Irlanda

INCROCI PERICOLOSI. Due settimane fa il nuovo disco, lo scorso weekend gli attentati in Ulster. La band ha già scalato le classifiche di mezzo mondo, i terroristi puntano a destabilizzare il processo di pace. Ma vent'anni fa con "Sunday Bloody Sunday", Bono e compagni si scagliarono contro i paramilitari. Uscendone «traditori» per molti, «stronzetti» per Gerry Adams. Qualcun altro, invece, pensava di rapirli. E di ucciderli.
di Antonello Guerrera
Dall'opera magna degli U2 Joshua Tree: «Sì, sto ancora correndo; e ancora non ho trovato quello che sto cercando». Una ricerca senza fine. Come i due punti che chiosano la poesia di Sanguineti. Come la manganelliana impossibilità di concludere. Mentre la flebile pace in Irlanda del Nord si è miseramente sublimata nel corso dell'ultimo weekend, con tre assassini e due feriti gravi in 48 ore e con la guerra che continua anche dopo la cosiddetta pace del Good Friday, la leggenda U2 del leader Paul David Hewson, in arte Bono Vox, va avanti. Forte di una gloriosa carriera composta da 22 Grammy Award, dalla Rock and Roll Hall of Fame e da un granitico impegno sociale e politico, in patria e nel mondo, iniziato negli anni '80 e perpetuatosi sino ad oggi. Due destini della stessa terra, ma concettualmente così lontani, guerra e pace, sangue e musica. Destini che però nel corso della storia sono stati incredibilmente vicini. Un incontro che si sarebbe potuto rivelare fatale per la band di Bono Vox.L'uscita del dodicesimo album No Line On The Horizon, dalla copertina bigiamente rothkiana, è stato da più parti presentato come il ritorno ai grandi fasti originari della band irlandese dopo All That You Can't Leave Behind e How to Dismantle an Atomic Bomb. Tuttavia, l'inedito lavoro, registrato a Fes in Marocco, pare da sufficienza e poco più. Si sente l'influenza musicale - e un po' opacizzante - di Brian Eno e Daniel Lanois, si nota un ritorno al ventesimo secolo pur mantenendo l'elettro-rock attuale, ci sono tracce di buon livello come Magnificent o No Line On The Horizon. Ma siamo complessivamente lontani dalla gloria del passato, ad esempio dal cambio di passo di The Unforgettable Fire, con i vari Pride e Bad. O dalla fortissima denuncia politica di "War", da pezzi miliari e militari come Sunday Bloody Sunday e North and south of the river, Please. Poco male per il mito della band di Dublino, esplosa nello scetticismo inglese verso i «campagnoli» irlandesi, che in trent'anni abbondanti di attività
ha venduto più di 140 milioni di dischi e che ora è in vetta alle principali classifiche mondiali. Tanto che già si pensa ad un altro possibile album entro il 2009, oltre a uscite rimasterizzate di vecchie canzoni (come il primo album Boy). Dopo la recente esibizione stile Beatles di grande fascino (e molto marketing) sulla terrazza della Bbc di Londra e addirittura la 53esima strada della Grande Mela in loro onore, la U2 Way. Loro che intonavano «voglio ripararmi dalla pioggia avvelenata, dove le strade non hanno nome».
Oggi però son tornati gli attentati, pochi giorni dopo l'uscita del nuovo album. Una macabra coincidenza per una band che, a differenza della stragrande maggioranza dei gruppi più giovani, adombrati da una gobba e narcisistica depressione contemporanea, è espressione di un cambiamento generazionale, di una più che matura e maturata coscienza politica e sociale. In Irlanda - dove per secoli la libertà e l'autodeterminazione è stata considerata un fatto di sangue - ma non solo. Basti pensare alla marea di iniziative umanitarie e di sensibilizzazione sostenute dagli U2, da Do they know it's Christmas per i bambini dell'Etiopia (antesignana della proficua collaborazione con Bob Geldof) a Miss Sarajevo con Pavarotti in tempi di guerre balcaniche, da Walk On per San Suu Kyi e i birmani a Jubilee 2000 per la cancellazione dei debiti del Terzo Mondo, sino a The ONE Campaign contro la povertà. Altrimenti, cosa avrebbe mai spinto la rivista Time nel marzo 2002 a dedicare la copertina a Vox col titolo «Riuscirà Bono a salvare il mondo?».
Tra l'altro, il messia di Dublino, insieme ai compagni The Edge, Adam Clayton e Larry Muller Jr., si è esibito il 18 gennaio scorso all'inaugurazione della presidenza Obama (che ha utilizzato City of Blinding Lights come colonna sonora della campagna elettorale), ha festeggiato sul palco la pace del Venerdì Santo nel '98 e il crollo del Muro berlinese (quando già cominciava a delinearsi il coriaceo album Achtung Baby). E che dire della foto del sorridente Vox (amico dei Clinton) che fa il gesto della vittoria insieme al radioso guerrafondaio G. W. Bush. «Mi sono fatto fotografare con Bush perché stava per sborsare dieci miliardi di dollari in tre anni con una clamorosa manovra di aumento della spesa per l'assistenza ai paesi esteri chiamata Millennium Change» si sfoga così il cantante nella sua intervista-confessione Bono on Bono. «E poi che c'entra? Non bisogna essere in sintonia su tutto. Basta una cosa in comune per andare d'accordo con qualcuno. E poi Bush è un tipo divertente. Mentre eravamo in macchina e la gente lo salutava mi disse: "Non è stato sempre così. Quando sono arrivato la gente mi salutava con un dito solo. Adesso hanno trovato le altre tre dita e il pollice"».
Ma intanto la gente degli U2, tra Irlanda e Ulster, come abbiamo visto negli ultimi macabri giorni, non trova ancora requie, dopo che gli accordi di pace del Venerdì Santo 1998 non sono riusciti a freddare una guerra ancora viva. Sarà per la loro candida affezione a New York, città «di pace, tolleranza e unità» (sindaco Bloomberg dixit), ma la band di Dublino conta pacificamente due nativi inglesi e due irlandesi. E lo stesso Bono è nato da una famiglia interconfessionale, padre cattolico (al quale ha dedicato la struggente Sometimes You Can't Make It On Your Own) e madre protestante (la cui morte lasciò il segno nel cantante allora tredicenne). Un meticcio eretico nell'Irlanda degli anni 50. «All'epoca era una faccenda seria, non avevano il permesso di sposarsi. Il polverone sollevato dal loro matrimonio fu assurdo» Bono dixit.
Tra le fazioni di cattolici e protestanti, «la battaglia è appena cominciata, molti hanno perso, ma dimmi chi ha vinto, hanno scavato un solco nei nostri cuori, madri, bambini, fratelli e sorelle, tutti distrutti». Oggi, insieme a North and south of the river, Please, la loro Sunday Bloody Sunday - nata nell'82 ed inclusa in War dell'83 - sull'eccidio britannico (27 vittime) del 30 gennaio 1972 a Londonderry, risuona più che mai mesta e funerea. Una canzone spesso ed erratamente associata al perseguimento dell'unità "politica" irlandese, quando invece il suo unico obiettivo è l'unità "sociale". «L'America ci ha fatto capire cosa significasse essere irlandesi», sottolinea Bono. Proprio negli Usa dell'81, infatti, mentre il militante repubblicano Bobby Sands moriva in Ulster nella prigione di Maze, gli U2 compresero come l'Ira riuscisse a finanziarsi all'estero, grazie ai milioni di immigrati dall'isola gaelica. «Era una cosa straziante» racconta Bono «ma provocava anche sommosse popolari. E il telegiornale ne parlava ogni sera in America. C'era chi faceva i soldi grazie al sacrificio di Sands». In questo modo, se ai concerti del loro tour le generazioni più giovani andavano per ascoltare musica, i loro padri e nonni lanciavano sul palco i soldi da destinare all'esercito paramilitare.
Così gli U2 decisero di, tramite i loro live, sfidare i terroristi e limitarne i fondi, accumulando quanto più denaro possibile dalla gente comune Irish. Al ritorno in patria, Bono continuava a scagliarsi contro i terroristi - vedi il suo «Fuck the Revolution!» nel film Rattle and Hum. E l'Ira se la prese non poco, tanto da minacciare ritorsioni e attentati nei loro confronti. I destini di musica e guerra cominciarono ad incrociarsi pericolosamente.

«Ricevemmo una minaccia di rapimento» racconta Bono, «la polizia la considerò molto seriamente. Ricordo che ci presero le impronte digitali, anche quelle dei piedi. Il che ci accese l'immaginazione…forse ci avrebbero spezzato le gambe?» Di lì a poco, alcuni pub per gli U2 divennero off-limits e una volta un nutrito gruppo di persone bardato di tricolori irlandesi circondò la macchina della band alla fine di un concerto, gridando loro: «Inglesi, traditori!». Gerry Adams, presidente dell'ex braccio politico dell'Ira Sinn Féin, tolse tutti i poster degli U2 dagli uffici del suo partito e definì Bono a mezzo stampa addirittura «uno stronzetto». Anche se poi ci fu la riconciliazione con il leader politico nell'ambito del progetto Jubilee 2000. «Mi ha teso la mano» continua il cantante, «e lo rispetto per questo. Gliel'ho stretta. In Irlanda c'è un modo di dire: "Tieni le mani in tasca quando parli con certe persone". Ma io ho tirato fuori la mia e lui la sua». Sino al colmo, tragicomico, del 2000: uno dei bodyguard al suo seguito per un live a Dublino era un ex galeotto dell'Ira.
«Odiavo l'ambiguità irlandese» confessa Bono. «Quando c'era un attentato che costava vite umane, la gente diceva "ah, hanno esagerato adesso". Ma qualche mese dopo qualcuno si metteva a cantare nei pub canzoni folk o un inno di battaglia, come One Nation Again, il cappello girava e tutti mettevano soldi per la lotta». Da questa sofferenza, fisica e morale, Bono sul palco di Belfast nel dicembre 1983 annunciò Sunday Bloody Sunday con: «Questa non è una canzone di ribellione. Se non vi piace, non la suoneremo mai più». La performance fu approvata dal pubblico per uno scrosciante messaggio di pace. Ma attenzione, ricorda Bono, «persino la rivoluzione sandinista ha preso spunto dai moti gaelici. Dovunque scoppi una rivoluzione, troverai suore e preti irlandesi che saltano fuori dai cespugli». Un folklore di massiva resistenza oltranzista, annidato da secoli nella popolazione. Lo stesso poeta irlandese, premio Nobel nel 1923, W. B. Yeats, del resto, decantava la rosa resa rossa dal sangue dei martiri gocciolato sulla terra.


da Il Riformista, 15/03/2009


Wednesday, March 11, 2009

I giorni dell'Ira. L'incubo del terrore fa tremare l'Ulster


(il mio articolo sul Riformista di oggi sugli attentati in Ulster)

Arrestati. Due uomini di 31 e 17 anni per la sparatoria rivendicata dalla Real Ira di domenica scorsa che ha ucciso due militari britannici poco più che ventenni. E adesso la paura scuote la comunità nordirlandese. Solo nel 2008 ci sono stati 18 attentati. Sgomento da parte di Gordon Brown, in tutti i partiti politici e nei sindacati. Ma il premier ha scartato l'idea di rimettere le forze speciali per le strade.

di Antonello Guerrera
Tre morti e due feriti (di cui uno grave) in tre giorni. Cifre da allarme rosso, se non di più. A pochi giorni dalla tradizionale festa irlandese del patrono San Patrizio, l'Ulster risprofonda nell'incubo di una guerra da molti dichiarata finita, ma in verità mai conclusasi. Solo nel 2008, i dissidenti avevano già organizzato 18 attentati. E dopo l'agguato di sabato ai poco più che ventenni militari Cengiz Azimkar e Mark Quinsey nella contea di Antrim, lunedì sera a Craigavon (Armagh) è stato freddato, alle spalle e in un vicolo cieco, l'agente di polizia Stephen Paul Carroll. In merito all'ultimo episodio la polizia, tra la non infrequente omertà del luogo, ha arrestato due uomini di 17 e 37 anni per l'omicidio, di cui ancora sono sconosciute le generalità.
Ma l'ultima imboscata, oltre a essere inquietante per la strettissima vicinanza temporale al primo agguato, rende il sanguinario passato dell'Irlanda del Nord più vivo che mai. Infatti, l'ultimo poliziotto ucciso in Ulster fu l'agente Frank O'Reilly, proprio in quel 1998 degli accordi di pace del Venerdì Santo. Tra questi due episodi, però, si sono susseguiti diversi attentati alle forze dell'ordine, tutti sventati - vedi l'inesplosa autobomba nella contea di Tyrone nel maggio 2008. Segnali che mostravano evidentemente come la pace tra cattolici e protestanti fosse tutt'altro che granitica. Una pace che i politici di Belfast tendono generalmente a mascherare, in nome della politica del "non svegliar il can che dorme".
Ironia della sorte, però, il capo della polizia nordirlandese (Psni) Hugh Orde aveva macabramente lanciato l'allarme giovedì scorso, due giorni prima dell'attentato di Antrim, dichiarando come il livello di allerta nei confronti di possibili azioni dei dissidenti fosse «il più alto degli ultimi sette anni». Non a caso, l'obiettivo principale degli ultimi tempi da parte dei "nuovi" estremisti paramilitari di Real Ira e Continuity Ira - le due organizzazioni che hanno rivendicato gli ultimi agguati - era semplice. Uccidere un poliziotto per: uno, fare da deterrente nei confronti di nuove possibili leve delle forze dell'ordine. E due, porre l'ex braccio politico dell'Ira Sinn Fein in una condizione insostenibile, dopo l'apertura al dialogo alle autorità britanniche. Per gli estremisti, un Gerry Adams costernato dietro il feretro di un poliziotto della Psni è la cartina tornasole da sbattere in faccia a quella classe operaio-nazionalista irlandese che ha sostenuto Sinn Fein nel dialogo con la Regina, ma che ha poi realizzato che quella strada non portava all'indipendenza totale dell'isola.
Nello sgomento e nella ferma reazione di tutti i partiti politici, dei sindacati e di Gordon Brown - che, tuttavia, hanno scartato l'idea di rimettere forze speciali in strada, ma non quelle in borghese, per la rabbia di Adams -, il passato è ritornato con due formazioni più che mai agguerrite. Real Ira e Continuity Ira sono due costole impazzite dell'Esercito repubblicano. La prima è nata nel 1997 per protesta contro il dialogo tra Adams e i governi irlandese e britannico. La seconda nell'86 per il no di Sinn Fein al boicottaggio del parlamento irlandese. Real Ira è responsabile dell'attentato di Omagh del '98 - dove morirono 29 persone - e in novembre, come aveva prontamente riportato Il Riformista, veniva considerata dal rapporto della Independent Monitoring Commission come la «maggior responsabile delle sparatorie compiute da repubblicani». E lo stesso rapporto definiva la Continuity «una seria minaccia».
Le indagini si stanno muovendo sì nel fervore nazionalistico di Antrim e Armagh, ma più di un occhio è posto anche verso la zona a sud di Londonderry, vero utero delle milizie dissidenti. Qui si annidano i germi peggiori del reclutamento estremistico e si combatte il nemico con ogni mezzo, vedi gli innumerevoli vessilli nazionali al cielo e le strade dipinte di Union Jack o tricolore. E poi ci sono i ghetti irlandesi, come quello di Bond's Street con i murales della Resistenza, dove l'aria è impregnata di un insopportabile squallore, dove i vetri rotti dei pub non vengono riparati, dove le ragazzine infangate portano in braccio figli appena partoriti, dove gang di uomini-ragazzini in immancabile tuta sportiva sono pronte a massacrarti se sei britannico. In questo pesantissimo disagio sociale, è riesplosa l'epidemia terrorismo, tra violenti murales e graffiti che spesso sono il termometro terroristico della situazione. Negli ultimi giorni a Falls Road di Belfast si sono riviste eloquenti massime del tipo: «Fuck you and your pizza, Brits out». Perché in alcuni quartieri, anche se sei il fattorino delle pizze di una mastodontica compagnia inglese - vedi i due feriti dell'attentato di sabato-, sei una spia del nemico.


da Il Riformista, 11/03/2009


Monday, March 9, 2009

Two kinda news

Prima di tutto, il Governo inglese pensa sempre a tutto, God bless Westminster!!! Leggete sotto! :-)
First of all, English Government is always thoughtful, God bless Westminster!!! Here we go! :-)

Si teme un'epidemia di ansia e depressione a causa della recessione. Per questo il Governo britannico ha pensato a un piano per la creazione di centri di psicoterapia in ogni ambulatorio medico di base entro la fine dell'anno. E' quanto anticipa il quotidiano britannico The Observer: chiunque ne fara' richiesta, soprattutto se rischia di perdere il lavoro o non riesce a pagare i debiti, potra' beneficiare del servizio. Il Governo ha già annunciato uno stanziamento di 173 milioni di sterline (oltre 193 milioni di euro) per i servizi di assistenza psicologica.

Fears of a depression and an anxiety epidemic, caused by therecession, are forcing the government to offer psychological help to millions of people facing unemployment, debt and relationship breakdown. Sufferers will be referred to psychotherapists for expert counselling via an advice network linking Jobcentres, doctors' surgeries and a new NHS Direct hotline (from the Guardian).

E poi...l'attentato nella contea di Antrim...non per essere spocchioso, ma io già l'avevo detto ad agosto su Il Riformista che qualcosa di pericoloso c'era nell'Ulster, leggete qui...

Then...ambushing in Antrim...not to be big-headed, yet in August I did write in the Italian paper In Riformista that something bad was going on in Ulster, have a look (if ya get Italian)...

La guerra è finita. Un'ondata di violenza ha però scosso l'estate L'Ira non c'è più, rimangono murales e sospetti


Qualche settimana fa, in un pub di Cork, vidi varcare la soglia un vecchio irlandese con una nera benda piratesca all'occhio destro. Poco dopo mi accorsi che, oltre alla cecità evidente, il povero malcapitato camminava con così tanta difficoltà che per arrivare al vicino bancone ci aveva messo qualche minuto, tra risatine e sorrisi poco edificanti degli altri clienti. Venni a sapere, per vie traverse, che si trattava di un ex militante dell'Ira, il quale molto tempo prima, nell'esplosione di un ordigno che stava preparando, aveva perso il fratello, un occhio e parecchie funzionalità del suo corpo.
È stato automatico collegare il destino di questo anziano diavolo al rapporto di giovedì scorso dell'International Monitoring Commission (Imc), che definiva il consiglio direttivo delle sette menti dell'Ira non più operativo in Irlanda del Nord perché oramai senza un esercito, escludendo così un suo ritorno alle armi e postulando addirittura trattative tra Dublino, Londra e Ira stessa. Quel vecchio del pub sembrava la metafora vivente della oramai vecchia, derisa e anacronistica lotta civile armata, così dipinta dal bollettino di Imc. E le immediate dichiarazioni di sollievo dei vari leader politici (anche Gordon Brown) non si sono fatte attendere.
Altrettanto tempestivamente però, il rapporto è saltato fuori dopo un articolo del Guardian del primo settembre, nel quale si diceva che gruppi estremisti dell'Ira sarebbero dietro alla recente ondata di violenza nell'Ulster in agosto. Che, tra rivolte, sparatorie ed ordigni, ha coinvolto un po' tutta l'Irlanda del Nord. Scorie di poco conto? Difficile a dirsi. Perché per la costruzione di una granata i dissidenti avrebbero usato anche il Semtex, esplosivo che l'Ira avrebbe dovuto distruggere due anni fa, secondo il processo di disarmo.
Inoltre, nel rapporto Imc si legge chiaramente che, nonostante l'inefficacia attuale dell'Ira, è però improbabile che vi sia «un annuncio formale di scioglimento dell'organizzazione da parte dei suoi capi». E ciò ha stizzito il partito degli Unionisti protestanti (Dup), i quali, storicamente, sono sempre stati divisi tra due diverse correnti di atteggiamento con i ribelli, ossia «razionalismo» ed «istinto»: la prima non esclude la negoziazione con i terroristi, la seconda la esecra. A questo proposito il leader centrista Alderdice ha considerato ininfluente un eventuale annuncio formale dell'Ira. Insomma, meglio «non svegliare il can che dorme». E ha esortato il Dup a riconoscere la morte apparente dell'organizzazione paramilitare. Anche perché, altrimenti, andrebbe in fumo l'alleanza di governo con l'ex braccio politico dell'Ira Sinn Féin, proprio ora che è in gioco la devolution «anti-Londra» tanto agognata dal suo leader Gerry Adams che interesserà polizia e giustizia. Il Segretario di Stato Woodward ha per ora confermato il supporto a queste riforme storiche. Anche perché una crisi di governo ora sarebbe davvero poco opportuna.
Tra le azioni intimidatorie degli estremisti di agosto c'erano anche minacciose scritte sui muri delle case dell'Ulster.
A questo proposito il comune di Belfast, per prevenire l'insorgere di altre violenze, ha intenzione di rimuovere i famosi murales della lotta armata di unionisti e repubblicani, rifacendo il trucco alle raffigurazioni più violente nella zona ovest di Shankill Road. I murales di Belfast negli ultimi anni sono diventati una vera e propria attrazione turistica. Meno famosi, anche se ugualmente e macabramente affascinanti, sono quelli di Londonderry, la seconda città dell'Irlanda del Nord. Dove, a Bond's Street, i marciapiedi e il cielo sono colorati di verde, bianco e arancione e ti devi guardare costantemente le spalle mentre ti passano al fianco ragazze madri anche dodicenni. Un simile degrado sussiste, in maniera minore, anche a Belfast ovest e il Comune, d'accordo con residenti e persino paramilitari, si appresta a cambiare i volti dei murales anche per attirare nella zona nuovi investitori. Qualche anno fa, ad est della capitale, il progetto funzionò, con fucili e teschi sostituiti da immagini più pacifiche, come il gol di Healy nella storica vittoria dell'Irlanda del Nord contro l'Inghilterra nel 2005. E considerando quanti attualmente, nella stessa cattolica Repubblica d'Irlanda, vestano le magliette degli ex nemici inglesi Chelsea, Man Utd e via dicendo, la nuova linea artistico-sportiva dei murales è sicuramente azzeccata.

Antonello Guerrera - da Il Riformista 07/09/08

Sunday, March 8, 2009

Manchester, da Dickens a Ferguson

(un mio articolo sull'intrigante città di Manchester sul Riformista di oggi. I am supposed to add my posts both in Italian and English and I will. Yet have no time to translate my pieces from Italian into another language, sorry about that.)

HISTORY. Genesi della «seconda città» inglese che attende Mourinho. Il battesimo dei Romani, la corsa al cotone, uno sviluppo imponente. Ma anche tanta povertà che ha ispirato perfino Engels. Oggi oltre al calcio di United e City, c’è la modernità.

In Inghilterra c'è un vecchio detto che recita: «Quello che Manchester fa oggi, il resto del mondo lo fa domani». Una massima spaccona, che risale alle Rivoluzioni industriali, ma che, in verità, non si allontana più di tanto dalla realtà. Perché Manchester - che si pronunci Mànchester o Manchèster poco importa, tanto neanche «gli inglesi sanno parlare la loro lingua», direbbe lo Shaw di Pigmalione - è una delle città più avanzate di tutta la Gran Bretagna. Non a caso, viene da molti considerata come la seconda, vera, città dell'Inghilterra dopo Londra, a differenza della più numerosa, ma sciapa Birmingham e della problematica Liverpool. Quella che attende l'Inter non è solo la fossa dei Diavoli di Sir Alex Ferguson, ovvero il "Teatro dei Sogni" Old Trafford. Che si trova inaspettatamente fuori città, ovvero nel borgo di Trafford, nella Greater Manchester area, una contea metro-periferica e numericamente inibitoria - vi dimorano circa 2,5 milioni di abitanti.
No. Manchester è molto di più. È una città che, nel corso della storia, ha visto, subito ed assorbito di tutto. Impero romano, marxismo, nazismo, Ira, iperindustrializzazione, musica "Mad-chester" sono solo alcuni dei corposi capitoli di un libro che si rinnova costantemente ma che ha un passato quanto mai attuale. Del resto, la stessa fondazione della città ripropone quel sottile, ma mai reciso canale tra Roma ed Albione. Dal 79 d.C., quando Giulio Agricola battezzò Mamucium (letteralmente "collina a forma di mammella") il castro romano della poi evoluta Manchester, sino a martedì prossimo, quando il livoroso generale lusitano  Mourinho tenterà la Reconquista dell'onore calcistico italiano. Tra questi due paletti millenari, Manchester ha imparato ad imporre il suo ritmo economico, culturale e sportivo all'Inghilterra e al mondo.
Dopo la conquista normanna del 1066, Manchester si è costruita la fortuna industriale dei secoli successivi. Dai sarti alla manifattura e susseguentemente al libero e massivo mercato tessile (soprattutto del cotone) il passo è stato breve. L'apertura, nel 1761, del Bridgewater Canal, il primo corso d'acqua artificiale e navigabile della storia inglese, seguito dall'allestimento dei primi stabilimenti tessili fecero di Manchester il maggior centro mondiale del mercato cotoniero, tanto da guadagnarsi l'appellativo di "Cottonopolis". E con la Rivoluzione industriale Manchester divenne "la più grande città industriale del mondo".
Un ennesimo nickname che però ai pro di un superlativo ma incontrollato sviluppo industriale vide crescere a dismisura i contro delle mancate riforme sociali. Così le rivolte politiche e della fame dei più poveri non si fecero attendere, sfociando nel sangue come nel massacro di Peterloo dell'agosto 1819. Lo scenario di squallore e miseria delle classi invisibili fece impallidire Charles Dickens quando visitò una fabbrica di Manchester venti anni più tardi. Lì, si dice, ebbe l'ispirazione per la Coketown di Tempi Difficili, con l'obiettivo di dare con la sua opera «il colpo più duro possibile» alla terribile condizione dei miserabili dimenticati da Dio e dalla Regina. E sempre l'industriale ma ingiusta Manchester - «all'epoca paradiso e inferno di estremi indicibili» secondo lo storico Simon Schama - fece ambientare proprio lì ad Engels La situazione della classe operaia in Inghilterra (1844). Vi furono i primi congressi sindacali e, soprattutto, Manchester divenne una roccaforte delle Suffragette e del partito laburista inglese. Non a caso, il congresso nazionale Labour 2008 si svolse proprio nella città del North West England.
Oggi Manchester, dopo le bombe naziste degli anni '40, l'attentato dell'Ira nel '96 - il più violento di sempre sul suolo inglese - e un'economia zoppicante dagli anni 60 sino alla fine degli 80, è una città ancora vivissima, la "capitale del Nord", 
dove investire non è un azzardo per gli imprenditori. Ma, allo stesso tempo, è cambiata moltissimo. Parte dei mattoncini "brick" è sopravvissuta, così come i pub stracolmi di pinte di "ale" e irrinunciabili schermi dell'orwelliana SkySport per non perdere neanche un tackle della Premier League. Ma il centro della città si è modernizzato non poco. Molti stabilimenti tessili sono diventati appartamenti, uffici e loft di lusso, mentre altre costruzioni "obsolete" sono state demolite senza tanti complimenti per lasciare spazio ai più splendenti acciaio e vetro che hanno partorito nel 2006 la Beetham Tower, il grattacielo più alto d'Inghilterra al di fuori di Londra, sorto sulla Deansgate - strada che ospita il più grande pub Britsh, il Moon Under Water. In tutto questo, però, sono sopravvissuti non pochi elementi di stile, antico, gotico e vittoriano, come St. Peter's Square, con accanto la splendida Town Hall, controfigura del più famoso Big Ben, soprattutto per le riprese cinematografiche - vietate a Westminster - o la pantheoniana biblioteca Central Library. Per non parlare poi del centro commerciale/sociale kitsch Afflecks Palace, dove crescono le nuove generazioni, e i supercool quartieri Castlefield, Gay Village e Northern Quarter (dove ci sono le targhe dei vip incastonate nei marciapiedi). Insomma, una contemporanea babele stilistica non inusuale per  le città inglesi - con Birmingham forse peggior esempio estetico. Ma il resto non è silenzio a Manchester. Perché nella multiculturale (e piuttosto insicura) città degli incazzati Oasis, dei paranoici Joy Division, dei liquefatti Smiths, degli anfetaminici Chemical Brothers, e poi del quotidiano Guardian, di Top of the Pops, di Anthony Burgess, della Halle e della Bbc Philarmonic Orchestra, vi è ovviamente il calcio dello United e del City, team fondati rispettivamente nel 1878 e nel 1880. I Citizens hanno sempre vinto poco, con picchi nazionali negli anni 30 e nel Sessantotto. Anche i Red Devils, tuttavia, fino agli anni 50 non furono irresistibili. Ma poi arrivarono due Messia scozzesi che fecero vincere tutto allo United. Primo il grande manager-talent scout Matt Busby, in panchina per 26 anni dal '45. E poi il socialista, scorbutico, ma insostituibile Alex Ferguson. Grazie agli sceicchi, oggi il City si sta attrezzando per fomentare contro i cugini un duello poco epico (visto il business in gioco), ma titanico. Eppure, qualche tempo fa, le due squadre, o meglio, le loro tifoserie non erano così "nemiche".
Infatti, nonostante vi siano comunque tradizionali sfottò - quelli dello United etichettano i cugini come "perdenti", quelli del City accusano i rossi di non essere di Manchester, bensì di Newton Heath e, fino a qualche tempo fa, di avere l'onta di una dirigenza straniera - prima della Seconda guerra mondiale capitava che le due tifoserie si ritrovassero incredibilmente a tifare per la stessa squadra. Infatti, non vigeva ancora la cultura della trasferta (né c'erano i soldi per farlo) e quindi la squadra che giocava in casa univa le due fazioni di Manchester sotto un unico tifo. Scenari oggi a dir poco improbabili.
«Ma anche dopo la Seconda guerra mondiale le due squadre convissero in qualche modo (dal 1941 al 1949, ndr), in quanto l'Old Trafford era inagibile per i bombardamenti subiti e così sia il City che lo United giocavano al Maine Road» dichiara al Riformista Bernard O'Donoghue, uno dei più importanti poeti irlandesi contemporanei, professore ordinario di Linguistica e Storia della Lingua Inglese presso l'Università di Oxford e trasferitosi a Manchester nel 1961 all'età di sedici anni. «Mia madre» prosegue, «era una grande fan del City, che negli anni '30 era leggermente superiore ai Red Devils, così sono diventato anch'io tifoso dei Citizens. Ma poi dal febbraio del 1958 tutto è cambiato».
Già, quel 6 febbraio 1958. Quando l'aereo con a bordo i Diavoli Rossi si schiantò all' aeroporto Munich-Riem di Monaco al terzo tentativo di decollo dalla pista ghiacciata. Nella Superga anglo-tedesca perirono 23 passeggeri, di questi otto giocatori della nidiata di Busby (compresi il capitano Byrne e il fenomeno Edwards) e tre persone dello staff. Anche Sir Bobby Charlton era su quell'aereo, ma la morte gli regalò solo una rapida occhiata, risparmiandolo. «Dopo quella tragedia, in moltissimi, in Gran Bretagna ma anche in Irlanda, hanno cominciato
a tifare United - tranne me, ovviamente. Vi fu un sentimento di solidarietà collettiva, quasi religiosa» aggiunge O'Donoghue - che ha dedicato il suo poema Immaturities a questa tragedia.
Da quel giorno sono cambiate tante cose. C'è stato il campione di nome e di fatto George Best, il derby del "traditore" (e Pallone d'Oro) Denis Law nel ‘74, l'unico successo internazionale del City, la Coppa delle Coppe del '70, poi sprofondato nella serie C inglese e ora in attesa del sospirato Eden made in Dubai. Ma soprattutto, nel 1986 è arrivato nell'ex Cottonopolis, direttamente dalla Glasgow operaia, Sir Alex Ferguson. Un manager che ha portato lo United sul tetto del mondo, a vincere 21 trofei - quasi la metà dei titoli di più di un secolo di storia del club - e l'unico "treble" della storia inglese (Premier, Fa Cup e Champions nel '99). Fergie è persino riuscito a far raggiungere a Van Der Sar il primato di imbattibilità in Premier. E ha allenato tanti campioni, ma non ha mai guardato in faccia a nessuno, generando anche polemiche tra i tifosi. Stam, Beckham, Keane (ma l'elenco sarebbe ancora più lungo), tutti hanno litigato con lui e hanno fatto le valigie, dopo che Fergie aveva detto loro a muso duro: «My way or highway». Tradotto, o senti quello che dico (cosa già difficile a priori, visto l'osticissimo Scottish English di Fergie, poco più comprensibile dell'accento di Cottonopolis) o la porta è quella, perché nel calcio contano i risultati, non gli uomini.
«Ma non pensate che Manchester sia solo calcio» sottolinea Bernard O'Donoghue. «è stata la capitale del cotone, ha la European Orchestra Halle, l'attuale Guardian era il Manchester Guardian sino agli anni 60 e molto, molto altro». Non v'è dubbio su questo. Certo, se l'irrequieto Noel Gallagher degli Oasis ha definito la "patria" tutta «un buco di merda», il cantante Ian Brown, ex Stone Roses e proveniente da Greater Manchester, dichiarò più pacatamente tempo fa: «Manchester è una città che ha tutto, eccetto una spiaggia». Ma quest'ultima adesso c'è. È l'ultima spiaggia dell'Inter e forse di Mourinho. Perché con l'ossessione Champions, dopo la batosta di Genova e gli ultimi rumour su un possibile ritorno in Premier di Josè, un tracollo a Mamucium potrebbe risultare fatale per il futuro dell'Inter e, soprattutto, del tecnico di Setúbal.

Da Il Riformista, 08/03/09

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