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Monday, November 2, 2009

Marie NDiaye. Scrittrice nera dalle banlieue al Goncourt



INTERVISTA. Dopo il Nobel dell'afroamericana Toni Morrison nel 1993, si è infranto un altro tabù: una scrittrice di colore vincitrice del più prestigioso premio di Francia. Figlia di padre senegalese e madre francese, l'autrice di “Una stretta al cuore”, appena tradotto da Giunti, ama l'Italia. Ma è rimasta «scioccata» dall'immagine delle donne nel nostro Paese: «È peggio di 20 anni fa».

Poco meno di due decenni fa, fu Toni Morrison ad infrangere i tabù della lattiginosa Svezia. Era il 1993 quando la scrittrice americana, già vincitrice del Pulitzer cinque anni prima, ottenne il riconoscimento più alto, il premio Nobel per la letteratura, che mai, sino a quel momento, era stato assegnato ad una scrittrice di colore. Oggi, anche la multiculturale Francia potrebbe rinnegare la cabala del più importante riconoscimento di casa, il Goncourt, che sinora ha premiato solo scrittrici di carnagione bianca. Forse perché «la stragrande maggioranza degli autori francesi proviene da quello scenario chiuso della borghesia educata». È questo il motivo, postulato pochi giorni fa all’Agence France-Presse, per Marie NDiaye, scrittrice franco-senegalese cresciuta nelle banlieue e prima donna di colore che potrebbe interrompere il trend “ariano” del Goncourt lunedì 2 novembre, quando verrà annunciato il vincitore dell’edizione 2009.
Il suo ultimo Trois Femmes Puissantes (tradotto «Tre donne potenti»), sbarcato nelle librerie francesi lo scorso settembre, è subito salito in testa alle classifiche di vendita e ha strabiliato la critica, che ha accolto l’opera come «vertiginosa», «magistrale». Lo stesso quotidiano transalpino Le Monde ha definito la sua voce «assolutamente originale, che si eleva dal chiacchiericcio generale». Trois Femmes Puissantes, che verrà tradotto in italiano da Giunti nel 2010, è la storia dei calvari e delle umiliazioni di tre donne che fanno la spola, al confine di sogno e realtà, tra la Francia e il Senegal. Anche nel suo ultimo romanzo, Marie conferma il suo stile, inaugurato sin dall’esordio all’età di diciassette anni con Quant au riche avenir: ambientazioni oniriche, irreali, colme di simbolismo e depressione. Elementi che si ritrovano anche nell’ultimo romanzo tradotto in italiano (sempre da Giunti) Una stretta al cuore, dove Bordeaux è città da incubo, deformante nel corpo e nella mente. Scenario kafkiano di una coppia di insegnanti francesi, maledetti da Dio e dagli umani non si sa per quale immondo peccato, il cui istinto vitale affoga improvvisamente in un labirinto comatoso. A pochi giorni dall’annuncio del premio Goncourt, Marie NDiaye, che ora vive a Berlino, si è raccontata al Riformista.

Marie, nel suo ultimo libro ritornano gli scenari depressi, tenebrosi, annebbianti. I suoi romanzi presentano costantemente tali ambientazioni per via della sua infanzia trascorsa in una banlieue francese?
Non proprio. Ho vissuto in una banlieue, ma decisamente diversa da quelle ritratte in televisione durante le rivolte. La mia era una banlieue residenziale, piuttosto tranquilla, abitata da gente semplice, in un'epoca in cui la disoccupazione praticamente non esisteva. Niente a che vedere con i problemi attuali delle banlieue. Oggi la società moderna, con la solitudine che spesso genera, produce una forma di paranoia “ordinaria”. Da questo punto di vista, quello che mi interessa è far precipitare il lettore nell'incertezza: il personaggio è veramente vittima di un'aggressione (come capita ad Ange di Una stretta al cuore, ndr) o non è altro che una sua costruzione mentale? Ne Una stretta al cuore, la città di Bordeaux diventa minacciosa nella misura in cui Nadia sente montare dentro di sé un vecchio senso di colpa. Più lei prova a respingere quest'angoscia, più la città si fa oppressiva.
Lei potrebbe essere la prima donna di colore a vincere il prestigioso Goncourt. Perché, secondo lei, “Trois Femmes Puissantes” meriterebbe un riconoscimento così alto? E cosa ha di diverso rispetto ai romanzi precedenti?
Trois femmes puissantes traccia il ritratto di tre personalità femminili molto differenti l'una dall'altra: queste donne non hanno le stesse chance nella vita, non provengono dallo stesso ambiente e non proprio dalla stessa cultura. Tuttavia, ciò che le unisce è la medesima forza interiore, il modo di non mettere mai in dubbio la propria identità, di rendersi inaccessibili a qualunque sentimento di umiliazione. Sinceramente, non saprei dire cosa piaccia di più in questo libro rispetto ai precedenti. Probabilmente, la presenza dell'Africa e di donne africane ha fatto la differenza.

A questo proposito, cosa pensa della condizione delle donne nel mondo di oggi? Proprio in Francia, ci sono state roventi polemiche per il divieto del velo musulmano nelle scuole, da alcuni visto come un’offesa all’universo femminile. Qual è il suo pensiero, anche alla luce del suo background multiculturale (padre senegalese, madre francese)?
È vero, mio padre è senegalese, ma io non ho mai vissuto con lui e sono stata solo una volta in Senegal. Quindi, anche se può sembrare strano, non ho una doppia cultura, non mi sento rappresentante di un background multiculturale. Ad ogni modo, ritengo sia decisamente meglio essere una donna oggi rispetto a 50 anni fa, abbiamo conseguito molti progressi da questo punto di vista. Il problema non è tanto il velo in sé per sé, ma il simbolo di appartenenza religiosa che esso rappresenta in un contesto come la scuola, come molti altri oggetti di altri culti, vedi la kippah ebraica, le croci appese al collo dei cattolici e via dicendo. Per questo motivo, in linea di principio sono contraria a tutti i simboli di appartenenza religiosa tra le mura scolastiche.

Lei che ha vissuto per due anni a Roma negli anni Ottanta, cosa pensa della condizione delle donne italiane, dopo le ultime polemiche scatenate dalla vita privata del premier Berlusconi e dell’immagine femminile propagata dalle sue televisioni?
Amo l'arte di vivere in Italia, la leggerezza colma di grazia, l'arte della seduzione... Amo molto l'opera di Alberto Moravia, Primo Levi, Rosetta Loy, Anna Maria Ortese, Cesare Pavese, tra gli altri. Ma, per quanto concerne l’immagine delle donne veicolata dalle tv italiane… devo dire che ne sono rimasta scioccata. È incredibile, ma mi sembra che la situazione per le donne di oggi sia addirittura peggiorata rispetto al mio soggiorno italiano di venti anni fa. In Germania, invece, dove vivo adesso, è tutto diverso. In quanto donna, mi sento molto meglio qui.

Ha pubblicato il suo primo libro a 17 anni, ha vinto il Premio Femina con il romanzo “Rosie Carpe” a 21, oggi, a 42 anni, la sua bibliografia conta quasi venti titoli, tra cui piece teatrali ben accolte dalla critica. Da dove attinge questa costante e rigogliosa ispirazione?
Traggo ispirazione da tutto ciò che mi circonda: le vite altrui, i fatti più diversi, le storie ascoltate in televisione... Tutto ciò che è umano suscita il mio interesse. Ho iniziato a scrivere molto giovane perché sono sempre stata una lettrice assidua e ho desiderato creare da me quello che mi procurava così tanto piacere: i libri. Le mie letture fondamentali si possono riassumere in tre nomi: Marcel Proust, William Faulkner, Malcolm Lowry. Certo, non sono così presuntuosa da dire di saper scrivere come loro. Molto spesso tra la stesura di un libro e l'altro passa molto tempo, un anno o anche di più, senza scrivere niente. Allora leggo, e prendo appunti. E quando arriva il momento giusto, imbocco la penna e mi metto a scrivere. È il mio mestiere da così tanto tempo. E, sinceramente, non saprei fare altro.

Friday, October 16, 2009

Tuesday, September 29, 2009

La faccia nera di un bianco chiamato Griffin


Civil rights. Sul finire degli anni 50 tra le marce di Martin Luther King e l'autobus di Rosa Parks, un reporter wasp del Texas decide di cambiare pelle e partire per il Sud razzista, alla scoperta di un'America ignota e sinistra. Ne venne fuori un libro, mai ripubblicato in Italia. Una lunga odissea di esclusioni e solitudine. Mansfield, Texas, autunno 1959. Sono passati quattro anni dalla rivolta di Rosa Parks, che su un autobus di linea di Montgomery (Alabama) si è rifiutata di cedere il posto ad un bianco. E solo due anni prima il presidente americano Dwight D. Eisenhower ha firmato il Civil Rights Act per il diritto di voto dei neri - poi però severamente amputato dall'ostruzione dei democratici. Il movimento afroamericano per i diritti civili sta muovendo i primi, titanici passi, verso la liberazione dalla segregazione. Martin Luther King è già diventato figura di spicco. Ma la lotta è appena cominciata. L'America è ancora un paese razzista, soprattutto nel profondo, ariano Sud. Ma c'è un uomo, un uomo bianco che non ci sta. E sfida i suoi "fratelli". Esattamente cinquant'anni fa John Howard Griffin è stato protagonista di una storia americana che ha dell'incredibile. Oggi, a mezzo secolo di distanza, abbiamo alla Casa Bianca un presidente di colore nato da padre keniota. Abbiamo assistito alla decadenza scheletrica di una popstar peterpaniana che, per estetica, diletto o necessità, ha deciso di sbiancarsi l'epidermide. Abbiamo letto di professori accusati di razzismo, ma che, sulla loro anima, avevano, secca e ripudiata, una "Macchia Umana". L'antesignano Griffin, invece, bianco giornalista texano del settimanale "Sepia", imbrocca un altro senso sino ad allora vietato. Nell'autunno del 1959 decide clamorosamente di diventare nero. Di partire per il profondo Sud razzista per sperimentare sulla sua pelle le angherie che gli afroamericani subiscono quotidianamente dai bianchi. E di sfornarne un libro di crudele, disperata genuinità. Black Like Me, pubblicato negli Stati Uniti nel 1960, diverrà immediatamente un bestseller nazionale - da cui verrà tratto anche l'omonimo film di Carl Lerner con lo straordinario James Whitmore - scatenando l'ira degli americani più invasati. In Italia, invece, Nero come me è giunto oramai più di trent'anni fa grazie a Longanesi, ma poi è sparito da librerie e distributori. Black Like Me è un diario ultratransustanziale, infausto, un volontario collasso nell'Ade più bigotto dell'America. Le prime righe, datate ottobre 1959, recitano: «Una idea mi aveva assillato per anni (…). Se un uomo bianco diventa un negro nel vecchio Sud, quali sforzi dovrà fare per adattarsi all'ambiente? (…) I negri del Sud erano semplicemente arrivati al punto in cui non gli importava più di vivere o di morire». Così Griffin, con moglie e prole all'oscuro di tutto, si rivolge a un dermatologo di New Orleans e stimola la pigmentazione della pelle con raggi Uv e pillole per annerire l'epidermide. Cura che ha l'effetto desiderato. Una costante rasata ad incompatibili capelli ricci, mani e braccia villose, una dose di tintura indelebile al mattino ed il gioco è fatto. Nonostante la sua carta d'identità reciti «caucasico», John Howard Griffin diventa in poche settimane un vero e proprio, arianamente parlando, "nigger", "coon" o "jigaboo" degli anni Cinquanta. Ed si cala nelle fogne della coscienza americana. Da quel momento i bianchi con i quali aveva amichevolmente vissuto diventano nemici spietati, rabbiosi mostri occulti che al chiaror della pelle nera vomitano tutta la loro natura razzista. È inquietante l'ingresso di Griffin nel parallelo universo "negro" di New Orleans che, seppur città più liberale di molte altre della zona, sfoggia spudorata l'anima più fosca. I «negri» (come li chiama ancora la traduzione italiana del 78) hanno i loro luridi quartieri, i loro sporchi cessi, i loro miseri lavori, i loro sedili posteriori sull'autobus. Tutto il resto è off-limits. Nonostante, e questi forse sono i passaggi più angoscianti di tutto il libro, spesso non ci sia un esplicito divieto. Perché man mano che passano i giorni Griffin, nella sua inchiesta, sviluppa inconsciamente un'indole di assiomatica «inferiorità negra». E censura ogni sua (innocente) mossa che possa dar fastidio, seppur impercettibilmente, ai caucasici. Come sedersi ai tavolini della gelateria. Drammatici poi i capitoli del libro sulle difficoltà di un nero persino per andare al bagno. Senza contare i gabinetti inaccessibili per i neri (ossia quasi tutti), è agghiacciante la crudeltà bianca sull'autobus che Griffin prende da New Orleans per Hattiesburg, Mississippi, estremo Sud. In un viaggio di una decina di ore solo ai bianchi è concesso di scendere per fare i propri bisogni alla stazione di servizio. Mentre i neri, incredibilmente, devono rimanere sull'autobus. Griffin annota: «Qui non si respirava più l'aria d'America. Avevo l'impressione di trovarmi in un paese ignoto e sinistro». Alcuni afroamericani, sventrati dal bisogno fisico e dall'umiliazione, propongono di ribellarsi e farla tra i sedili. «Meglio di no. Avrebbero un'altra ragione per darci addosso», dice un passeggero. E questo è un altro leitmotiv di Black Like Me. Ossia l'estenuante resistenza passiva dei neri d'America. Tra i reietti regna una solidarietà paranormale, bisogna bandire violenza e vendette e, soprattutto, sopportare le umiliazioni, le minacce, le mutilazioni fisiche e mentali dei bianchi americani per ottenere, un giorno, la libertà. «Per essere liberi bisogna amarli i bianchi», dice ad un certo punto un vecchio nero nel libro. Strategia che avrà il suo auspicato successo, facendo leva sulle crepe di quei pochissimi ma indispensabili ariani che nel corso della narrazione, pur non esternando mai il loro pensiero, appoggiano dietro le quinte, quasi per etica ed umana inerzia, la lotta dei neri. Certo, i sudisti illuminati sono pochi. Il resto, ossia la grandissima maggioranza, brancola nelle tenebre. Colpa anche, sottolinea sagacemente Griffin, dei giornali del Sud che fomentano ogni giorno un'assurda crociata contro «l'uomo nero». Sconvolge poi l'immaginario collettivo ariano riguardo la vita sessuale dei neri. Un chimerico coacervo di perversione, incestuosa promiscuità, sodomie gratuite che lasciano sconvolto il Griffin di colore. A metà inchiesta, saltato in macchina di vari bianchi dell'Alabama che gli danno un passaggio, John scopre che ai razzisti piacciono le «negre», che le comprano come animali domestici. E viene travolto da domande ignobili sulla «scandalosa vita sessuale negra» e sulle misure degli afroamericani. Tanto che ad un certo punto un giovane ventenne, in preda alla curiosità genitale più sfrenata, gli chiede: «Me lo fa vedere?». Dopo oltre un mese di odissea razziale, John Griffin decide di interrompere la cura e di tornare bianco. Ma la sua vita è segnata: «Fu uno shock, come se dopo aver vagato nelle tenebre i trovassi all'improvviso alla luce del sole». Nonostante la pelle sia tornata candida, ritornano soventi le autoinibizioni in pubblico oramai tatuate sulla sua anima. E i suoi "fratelli" bianchi son diventati fratellastri serpenti. Tanto che negli ultimi giorni farà un po' la spola, ricambiando più volte l'epidermide per «saltare dall'altra parte della barricata». Negli ultimi capitoli di Nero come me, lo scrittore trae le sue conclusioni e le scaglia contro gli americani. Un nero viene schifato negli Usa degli anni Cinquanta non perché geneticamente inferiore, ma perché ghettizzato, senza diritti, protezione, educazione. Così diventa essenzialmente una bestia nei confronti dei bianchi. Ma attenzione. Griffin, nella sua personalissima inchiesta, riconosce anche gli inquietanti germi della «presunta supremazia nera» che sta attecchendo nelle comunità afroamericane. Col rischio di un «olocausto che coinvolgerebbe gli innocenti e gli onesti». L'esperienza estrema di Black Like Me porterà al suo autore successo ma anche disperazione. Dopo la pubblicazione del libro, la comunità bianca riverserà tutto il suo odio contro il suo eretico trans razziale. Molti amici faranno finta di non conoscerlo, i vicini non lo saluteranno più, le minacce di morte da Ku Klux Klan e altri fanatici si faranno sempre più frequenti. Il 2 aprile 1960, racconta Griffin, fu ritrovato a Mansfield «un manichino mezzo bianco e mezzo nero, con il mio nome scritto su uno striscione giallo, che penzolava da un cavo elettrico». Questo ed altri avvertimenti costrinsero lo scrittore ad abbandonare la sua città natale per il Messico prima e poi per Fort Worth. Oltre ai fanatici, a Griffin (che morirà nel 1980) non sono mancati neanche critici più diplomatici come la scrittrice americana Flanney O'Connor. Ma il suo Nero come me si insinuerà irriducibilmente nella cultura americana. Tanto che persino il presidente J.F. Kennedy, nel discorso alla nazione dell'11 giugno 1963, si riferì palesemente al suo "masterpiece": «Chi tra di noi sarebbe contento di cambiare il colore della propria pelle e vivere la loro vita?». E poi Griffin - che ha vinto, tra le altre cose, il Premio Pacem in Terris nel 1963, dedicato alla storica enciclica di Papa Giovanni XXIII e assegnato successivamente ad altri totem della pace come Martin Luther King, Madre Teresa di Calcutta e Lech Walesa - aveva un motivo in più per scrivere un libro del genere. Dopo la Seconda guerra mondiale passata tra le file della Resistenza francese, divenne cieco per un'esplosione, ma si ristabilì miracolosamente dopo una decina d'anni. In quegli anni bui, Griffin ha ricordato: «Non giudicavo le persone dal colore della pelle, ma solo da voci, affezioni e sentimenti. Lì ho capito tante cose che con la vista mi sfuggivano».

F.L.Wright, il Don Giovanni dell'architettura americana


INEDITO. Arriva il nuovo libro di T.S. Boyle sulle passioni femminili del genio americano. Dalla prima moglie Kitty alla protagonista Miriam, tutte amanti di polso e spesso isteriche. Relazioni scandalose finite anche in tragedia.

Donne ossessionate, donne fedeli, donne assassinate. In poche parole, Le Donne, il nuovo libro di Thomas Coraghessan Boyle da oggi in libreria (ed. Feltrinelli, 448 pp., euro 20) sulle (dis)avventure sessuali di Frank Lloyd Wright. Una dipendenza femminile, quella del grande architetto americano, che quest'opera romanzata racconta scartavetrando le linee temporali, mescolandone i resti cronologici e aggiungendo tocchi di fiction che rendono ancor più piccanti le vicende passionali di Lloyd. Un dongiovanni incallito che nel libro, in balia dell'harem di cui si è circondato, pone assolutamente in secondo piano i progetti e le creazioni delle sue opere architettoniche.
In realtà, questo non è l'unico limbo in cui galleggiava il genio americano. La vita privata di Wright, difatti, era troppo scandalosa per la società a stelle e strisce a cavallo tra XIX e XX secolo, tanto da far rischiare in qualche frangente all'architetto l'arresto per atteggiamenti immorali. I suoi comportamenti privati dovevano rimanere nell'ombra. E quando venivano alla luce erano guai. Vedi il rapporto troppo esplicito con Martha "Mamah" Borthwick, prototipo della femminista individualista e irriducibile amante di Wright, sposato dal 1889 con Kitty Tobin. Mamah, con la quale Lloyd fuggì in Europa nel 1909, è la protagonista dell'ultima parte di Le Donne. Il suo destino sarà il più tragico degli amori dell'architetto. Con i suoi due bambini, verrà uccisa nella strage che nel ferragosto del 1914 il domestico Julian Carlton inscenerà in un'ala della Taliesin, la casa appositamente progettata da Wright per vivere ed amare le sue donne in pace, al riparo dai bigotti lì fuori.
In quest'opera di Boyle - che tra le altre cose vive nella californiana Stewart House, casa progettata proprio da Wright - Mamah è la protagonista insieme ad altre tre donne che hanno segnato la vita dell'architetto "organico". Innanzitutto la prima consorte Kitty, emblema della moglie fedele e procace, che gli darà sei pargoli e che, nonostante i tradimenti del marito, accosentirà controvoglia al divorzio nel 1922. Poi c'è l'ultima moglie del lotto Olgivanna, giovane danzatrice montenegrina.
Al centro del libro, però, c'è indiscutibilmente un'altra donna di carattere risoluto, ossia la seconda consorte Maude Miriam Noel. La sua ossessione per Wright, che si scontrerà frontalmente con gli affetti di Olgivanna, domina totalmente la scena. La figura di Miriam è ben dipinta da Boyle che ne evidenzia i peggiori luoghi comuni: femme-fatale, istrionica, figlia di papà. La seconda moglie di Wright (a cui sarà legata dal 1923 al 1927 prima di divorziare), con la ferma convinzione di essere la sua unica vera donna, sarà il solido contraltare al carattere lunatico dell'architetto, gravato però da comportamenti oltre i limiti dell'isterismo. Come le altre amanti dell'americano, Miriam faceva di tutto per risaltare agli occhi del marito, che, al contrario, faceva poco per mascherare la sua non infrequente freddezza ed indifferenza fuori dal letto. Del resto la falsità non era di casa Wright. Lui stesso, molti decenni fa, dichiarò: «In vita ho dovuto scegliere tra un'arroganza onesta e un'umiltà ipocrita. Ho scelto l'arroganza».

Tuesday, September 22, 2009

Provaci ancora Simo, ma più "INTERNATIONAL"

STRAFALCIONI. La Ventura va in bambola con i Muse ospiti a "Quelli che il calcio" e scambia il batterista Howard per il leader Bellamy. Nonostante avesse intervistato la band già tre anni fa. Facendo le stesse domande.

Domenica, primissimo pomeriggio. Giornata grigia, il giusto, plumbeo spleen per rimanere tra le mura di casa. La tv è accesa, sintonizzata su RaiDue che trasmette Quelli che il Calcio. Come abitualmente accade nella storica trasmissione ora orchestrata da Celeste Laudisio, prima delle partite c'è spazio per qualche grandissima band internazionale, capitata a Milano per presentare l'ultimo album. Questa è la volta dei Muse, formazione inglese oramai nell'Olimpo del rock moderno, diventata ultrapopolare dopo la sdolcinata Starlight del 2006. «Il gruppo più eclettico, innovativo e coraggioso della musica inglese», secondo l'annuncio della Ventura. La band inscena Uprising, primo singolo del nuovo album The Resistance, subito in vetta alle classifiche di vendita italiane e britanniche.
Ma qualcosa non torna. Il cantante, nonché chitarrista, nonché pianista Matthew Bellamy, una delle più famose icone rock moderno, è sullo sfondo, scimmiotta alla batteria, sembra una caricatura, un orangotango che fa la danza della pioggia. Il bassista Chris Wolstenholme, bardato da Rayban scuri, suona spavaldamente la chitarra di Bellamy e preme qualche pulsante a caso di un sintetizzatore. Mentre il cantante, per una volta, è il biondo batterista Dominic Howard, anche lui raybandotato, che sgratta di tanto in tanto un basso mancino. La canzone, in playback, continua a stridere strenuamente con fotogrammi anarchici degni di un fuorisincrono ghezziano. Un cocktail sintetico che ha fatto venire i brividi ai fan dei Muse e a quanti si sono accorti che qualcosa non tornava.
Per Simona Ventura è tutto ok. A canzone finita, non si è accorta di nulla. Certo, chi conosce la band di Bellamy sa bene che quando i tre di Teignmouth - forse il miglior gruppo contemporaneo dal vivo - sono costretti a suonare in playback, si vendicano (come la strampalata performance al Live & Kicking della Bbc nel 2001). Ma dall'ex giudice supremo del programma X Factor, talent show musicale, ci si aspetterebbe un minimo di preparazione. SuperSimona, infatti, a canzone terminata si fionda come una ragazzina verso il presunto cantante Dom, incensa nell'aria un irrazionale «I Muuuuuse, very international, molti internazionali» e comincia a fargli domande eccessivamente vaghe per una ex conduttrice di un talent-show musicale. Mentre sullo sfondo si scruta la vera rockstar Bellamy che non riesce a trattenere fragorose risate con Wolstenholme. Una scena imbarazzante. Immaginate Ed Sullivan nell'America degli anni Sessanta che scambia il re lucertola Jim Morrison con il batterista John Densmore. Altro che teatro dell'assurdo.
Ma Simona è irremovibile. Nessuno del programma le dice che non sta intervistando la rockstar Bellamy, bensì il suo (seppur eccellente) batterista. E l'oblio musicale, per l'ex comandante di X Factor, continua in maniera imbarazzante. L'inglese Howard scopre che lo scherzo è bello anche se dura molto. E, a una domanda sulla loro amata Italia, risponde: «Sì, il nostro batterista Matt vive sul lago di Como». La Ventura rilancia stralunata: «So che uno di voi tre (ossia la rockstar Bellamy, ndr) è fidanzato con una psicologa italiana». E Howard rincara: «Sì, our drummer, il nostro batterista». «Ah, the drummer!», sottolinea Simona. Che poi, stimolata da un pubblico gossiparo, tocca definitivamente il fondo: «È più grande la casa di Clooney o quella del drummer»?
Contrordine, c'è ancora da scavare. Perché, questo lo ricordano in pochi, i Muse erano già stati a Quelli che il Calcio, precisamente il 14 maggio del 2006, per presentare Black Holes & Revelations, il penultimo album che li ha catapultati nella storia della musica. Il video di quella performance era disponibile su YouTube, oggi non lo è più. Mistero. Ad ogni modo, in quella performance la band non fece stravolgimenti strumentali e la Ventura imbroccò la rockstar giusta, ossia un Matthew Bellamy vestito di rosso fuoco. Simona, però, gli fece sostanzialmente le stesse domande di tre anni dopo: la registrazione dell'album in Italia, il mix tra musica classica/sinfonica e rock... E, ovviamente, il legame della rockstar con l'Italia e la sua villa sul Lago di Como. Tutto rimosso dalla "musicologa" Ventura. Che, anche tre anni fa, nell'intervista abbastanza frastagliata con la band, non fu immune da gaffe degne del miglior Mike. Memorabile la domanda che lasciò di stucco il britannico Bellamy: «Sai dire qualche parola in inglese?».

di Antonello Guerrera
da Il Riformista, 22/09/2009


Friday, September 4, 2009

L'alba di sangue che sconvolse la Beat Generation


REVIVAL. È il 13 aprile del 1944. Kerouac e Burroughs stanno ponendo le basi del fenomeno culturale che segnerà più di una generazione. Ma quella sera il loro amico Lucien Carr uccide il gay David Kammerer. Anche i due scrittori, allora semisconosciuti, vengono arrestati. Così decidono di raccontare la tragedia in un libro. Rimasto nell'ombra per oltre sessant'anni.

Libertà, stravizi, eccessi, psichedelia, nomadismo, esistenzialismo, spiritualismo, traversate nella sterminata e vergine America, prosa innovativa ed istintiva, eccetera. Ma la Beat Generation, della quale si è detto di tutto e di più e che è ultimamente tornata di moda dopo la recente scomparsa del suo ambasciatore italiano Fernanda Pivano, non è stata soltanto questo. O almeno, non è nata esattamente in questi termini. Difatti, questo straordinario movimento, che sboccerà ufficialmente negli anni Cinquanta con la pubblicazione del trittico Sulla Strada di Jack Kerouac, Pasto Nudo di William Seward Burroughs e l'Urlo di Allen Ginsberg e che proverà a rivoltare l'America come un calzino, sfocerà successivamente anche nella cultura hippie - deriva dalla quale Kerouac si dissocerà fermamente. Ma, prima della svolta pacifista, i suoi albori furono letteralmente insanguinati da un omicidio a sfondo omosessuale che coinvolse e segnò per sempre due beatnik assoluti come Kerouac e Burroughs. È il 13 agosto del 1944. Quella sera il tignoso fiume Hudson di New York sarà più rubicondo che mai.
Protagonisti della tragedia furono un altro componente della cerchia letteraria beat, ovvero Lucien Carr - amico di Burroughs ma soprattutto di Kerouac - e il suo ex insegnante di inglese, l' omosessuale David Kammerer. La vicenda ispirerà diverse opere beat, ma soprattutto darà vita ad un acerbo romanzo scritto a quattro mani tra il '44 e il ‘45 dagli allora semisconosciuti Kerouac e Burroughs. Non poteva essere altrimenti. Tra l'altro, Jack aveva conosciuto William - nonché il "compagno" Allen Ginsberg - proprio tramite Carr, puro collante tra geni letterari Beat. Il manoscritto è rimasto nascosto sino a qualche mese fa. Poi, a novembre 2008 è stato pubblicato in America e Uk - mentre in Italia non ha fatto ancora capolino. Il suo nome è già tutto un programma: And the Hippos Were Boiled in Their Tanks (Grove Press, pp. 224, 24 $). Tradotto: E gli ippopotami sono stati bolliti nelle loro vasche.
Titolo, è il caso di dirlo, scottante. Ma cosa c'entra con l'omicidio del gay Kammerer? Molto probabilmente nulla. Alcuni decenni fa spiegò Burroughs: «Era in onda un programma alla radio. C'era stato un incendio in un circo e alla radio dissero: "E gli ippopotami sono stati bolliti nelle loro vasche!". Così utilizzammo la frase come titolo del libro». Versione parzialmente confermata da Kerouac in un'intervista del 1967 a Paris Review. La tragedia alla quale i due probabilmente si riferiscono, però, è quella dell'incendio al circo di Hartford, Connecticut, del 6 luglio 1944, detto anche "il giorno del pianto dei clown", precedente all'omicidio Kammerer. Bilancio: 165 morti, più di 500 feriti. Proprio in quei giorni, Burroughs andò a trovare Kerouac nel suo appartamento newyorkese alla 118esima strada. Tutto sembra tornare. Così come ritorna, nelle menti dei due scrittori, l'omicidio che i due romanzano nel libro, alternandosi nei capitoli a firma di Mike Ryko (ovvero Kerouac) e Will Dennison (Burroughs). Entrambi figurano anche tra i protagonisti del romanzo, nel quale si snoda presto il tortuoso legame che lega Philip e il meno giovane Al, nella realtà rispettivamente Lucien Carr e David Kammerer. Con quest'ultimo letteralmente infatuato dal suo ex allievo, folle di un amore (pare) mai corrisposto.
Nel primo capitolo (scritto da Dennison/Burroughs) siamo proprio a casa di Will, dove, passate le 24, si è imbucata una compagnia di sfattoni perdinotte. Ad un certo punto, due della cricca, gli ubriachi Philip/Lucien e Al/David, irrompono sul terrazzo del palazzo e fanno baldoria fino all'alba. Il giorno dopo Philip riferisce agli amici come nella circostanza Al lo abbia baciato sulla bocca. L'offerta di Mike/Kerouac (lo scrittore era stato appena cacciato effettivamente dalla Marina Usa) di saltare su una nave, salpare, trasferirsi in Francia e fare gli scrittori maledetti (nonostante la Seconda guerra mondiale sia ancora in pieno corso) capita a fagiolo per Philip che, nonostante sia platonicamente legato alla sua Barbara, ha l'occasione di recidere completamente gli oscuri rapporti con l'omosessuale Al. Il quale, nel frattempo, fa di tutto per conquistare la sua preda Philip, a mo' di "stalking". Ma, per vie di coincidenze assolutamente sfortunate, Philip e Mike non riescono a partire e restano negli Stati Uniti, a tessere sfibrate ragnatele di sogni e citazioni e a sbronzarsi in giro per New York. Sino al tragico avvenimento: Philip, di fronte all'ennesima avance di Al, prende un'accetta, trucida il suo spasimante e ne getta il cadavere nel fiume Hudson.
Una ricostruzione molto simile alla realtà. Con qualche sostanziale differenza, tuttavia. Lucien uccise David con un coltello da boy scout, non con un'accetta. Nel libro, inoltre, Carr, con i vestiti ancora insanguinati, si rivolge sia a Ryko/Kerouac che a Dennison/Burroughs ed entrambi, come realmente accadde, lo convinsero, in un modo o nell'altro, a costituirsi. Ma nella vita reale, a differenza di And the Hippos, Kerouac aiutò Lucien anche a sbarazzarsi dell'arma del delitto. E pochi giorni dopo l'omicidio - manca anche questo nel libro - sia l'autore di Sulla Strada che Burroughs vennero arrestati dalla polizia, perché coinvolti nella vicenda e considerati testimoni oculari importanti. William si fece pagare la cauzione dal padre e uscì subito di galera, lo stesso non fecero i genitori di Jack. Che per tornare in libertà, seppur provvisoria, non ebbe altra soluzione se non quella di sposare in carcere la sua ragazza Edie Parker. E farsi pagare la cauzione dai suoceri.
Una tragica esperienza che, alla vigilia dell'esplosione Beat, segnò per sempre i due scrittori e la loro generazione letteraria. Burroughs, scioccato dall'omicidio, si diede alla morfina per dimenticare. Per quanto riguarda Kerouac, invece, oltre a The Hippos, anche il suo primo romanzo di spessore La Città e la Metropoli (1950) conta tra i protagonisti Carr e Kammerer, stavolta con i rispettivi pseudonimi di Kenneth Wood e Waldo Meister. Ma se qui la morte di quest'ultimo viene sbrigata dalla polizia come un caso di suicidio (Meister cade nel vuoto curiosamente dalla finestra dell'appartamento di Wood), nella sua successiva opera Vanità di Duluoz del 1968 i fatti sono nuovamente presentati in una veste omicida. Lo stesso Allen Ginsberg, tra l'altro, aveva già iniziato un romanzo ispirato alla vicenda dal titolo The Bloodsong (La canzone insanguinata), subito dopo il delitto del fiume Hudson. Ma poi rinunciò all'idea persuaso dal suo tutor della Columbia University - dove Carr era studente - per non infangare pubblicamente il buon nome dell'università.
E che ne fu dell'omicida Carr? Passò solo due annetti in galera, poi uscì, mantenne saldi i suoi rapporti con Kerouac (fu anche il suo testimone di nozze con la seconda moglie Joan Haverty) e cominciò a lavorare per l'agenzia di stampa United Press International, dove fu protagonista di una brillante carriera (vagamente profetizzata dalle ultime righe nel romanzo di Burroughs-Kerouac). È stato lui che, fino a quando è rimasto in vita, ha ostinatamente ostracizzato l'uscita di And The Hippos per preservare la sua carriera e non fare del suo incubo giovanile una ricorrenza senile. Quando però morì nel gennaio 2005 dopo una lunga malattia, cadde anche l'ultimo ostacolo per la pubblicazione dell'opera.
Opera che, tuttavia, ebbe non poche difficoltà di pubblicazione anche prima del veto di Carr. Nessun editore infatti era interessato al romanzo di questi due sconosciuti esistenzialisti su un omicidio omosex. Nonostante le reazioni di facciata delle case editrici fossero: «Oh sì, avete talento. Siete degli scrittori!». Tutto fumo. Ma del resto, ricordava William Burroughs al suo biografo Ted Morgan a metà degli anni Ottanta, «a posteriori, non vedo perché avrebbero dovuto pubblicarcelo. Non aveva appeal commerciale. Non era abbastanza sensazionale. Da un punto di vista strettamente letterario non era ben scritto, né era originale abbastanza. Era di genere estremamente esistenzialista, era roba che ancora non andava in America». Qui Burroughs, nonostante un curriculum psichedelico (in primis Pasto Nudo), non poteva scrivere nulla di più lucido. And the Hippos Were Boiled in Their Tanks è infatti un'opera più giovanile che mai: acerba, lineare, stantia, a sprazzi vivace, ma spesso disorientata. Ma soprattutto è orfana di quella verve sinestetica e di quella prosodia bop che esploderà nei successivi lavori di Burroughs e Kerouac, da Junkie - La scimmia sulla schiena al semitestamento di Big Sur, dove anche la morte ha un colore inconfondibile.

Antonello Guerrera

da Il Riformista, 30/08/2009

«Massacra il gay» I comandamenti della Murder Music

NOTE DISCRIMINATORIE. Dalle piazze ai palchi, da Eminem a Fabri Fibra. L'omofobia coinvolge anche la musica, persino il reggae di Bob Marley. Con la sua Giamaica culla di artisti anti-omo.

Qualche tempo fa Povia, il cantante ex-cocainomane, ex-scapestrato ma che poi si è dato una regolata in chiave family day, era riuscito ad infiammare tutti gli omosessuali d'Italia con la sua Luca era gay. Nell'ultima edizione di Sanremo - dove però si è assisitito ad una esplosione di effusioni omosex - il cantautore milanese s'era beccato le migliori offese, incluso quella di aver composto una canzone «omofobica».
In realtà, nel mondo della musica mondiale, c'è di peggio. C'è l'ironia macabra, certo, di alcuni testi, vedi la band iperribelle Green Day («uccidi tutti i froci che non sono d'accordo», dall'antiBush American Idiot). Ma ci sono anche cantanti e band che, al contrario, promuovono insistentemente e volontariamente messaggi omofobici. Che, il più delle volte, provocano reazioni di sdegno e vergogna in giro per il mondo. Ma che purtroppo, nell'ambito dell'ondata antigay che è esplosa recentemente in Italia, hanno anche molti fan, a volte ignari dello spettacolo (ignobile) al quale stanno assistendo.
Una corrente musicale che oramai da anni viene costantemente messa sotto accusa dalle associazioni per i diritti degli omosessuali di tutto il mondo è quella del Raggamuffin. Un sottogenere giamaicano della dancehall e dello storico reggae che la leggenda Bob Marley ha diffuso in tutto il mondo, fricchettone-pacifista e non. Ma oggi non è raro che diversi musicisti del Raggamuffin, tutti giamaicani, inneggino invece esplicitamente all'odio omosessuale, come Beenie Man («sogno una nuova Giamaica, dove tutti i gay vengano uccisi») Elephant Man, Bounty Killer, Capleton, Buju Banton. Quest'ultimo, proprio qualche giorno fa, si è visto annullare per l'ennesima volta un intero tour americano - da Los Angeles a Philadelphia - dopo le numerosissime telefonate e mail di protesta ricevute dagli organizzatori di Live Nation e Aeg. Ma Banton era già finito nell'occhio del ciclone, precisamente nel 1988, per la sua hit Boom Bye Bye. Nella quale si incita a bruciare, sparare in testa e gettare acido sul volto dei gay. Ma Buju dalle parole passò anche ai fatti nel 2004, quando in Giamaica partecipò al pestaggio di sei omosessuali a Kingston.
Insomma, Giamaica come terra di omofobia. L'isola di Bob Marley è stata spesso definita, dal Time incluso, uno dei posti più pericolosi per gli omosessuali per diverse motivazioni. Sia per fattori religioso-rastafariani, che considerano le relazioni gay uno scempio della natura. Sia per questioni legislative: in Giamaica infatti non è riconosciuto nessun diritto agli omosessuali, ma anzi, se due uomini vengono beccati a fare sesso (ma curiosamente non due donne) vengono spediti direttamente in carcere. E fuori le cose non vanno certamente meglio. Basti pensare che un sondaggio di fine 2008 accertava che il 70 per cento dei giamaicani considerava illegittimo che gli omo avessero gli stessi diritti degli etero.
La musica di Banton, Capleton e company è stata definita "Murder Music" dalle associazioni pro gay, in primis dall'influente britannica Outrage! dell'ex Labour e giornalista del Guardian Peter Tatchell. Che ha lanciato, tra l'altro, anche la campagna "Stop Murder Music", fomentando il boicottaggio di tali cantanti antigay. Ma, azioni di disturbo a parte, Tatchell e compagni nel 2007 hanno raggiunto un grande risultato, ossia far firmare a diversi musicisti giamaicani sotto accusa, vedi Beenie Man, Capleton e Sizzla, il Reggae Compassionate Act. Un impegno a non promuovere alcuna forma di omofobia in pubblico. Uno sforzo poi rivelatosi in (gran) parte vano: alcuni, come Elephant Man e Bounty Killa, hanno rinunciato a sottoscriverlo. Altri, vedi Beenie o lo stesso Banton, l'hanno firmato ma poi lo hanno rinnegato.
Ma a parte gli strozzagay giamaicani, anche altri generi della musica mondiale sono spesso finiti sotto accusa per passaggi poco gentili nei confronti degli omosessuali. Vedi la band hardcore americana Bad Brains, che nell'album Quickness (1989), definì l'Aids, alla maniera di qualche pastore evangelico Usa, «una cura per l'omosessualità». Oppure l'attore, modello e rapper americano Marky Mark - ultimamente visto in The Fighter - o ancora Axl Rose e i Guns N' Roses, nel mirino per la canzone One in a Million del 1988 dove si parla apertamente di «froci», oltre che di «negri» - Rose rispose che i suoi idoli erano due sui generis come Freddie Mercury e Elton John. Senza contare le accuse al rap e all'hip-hop, spesso non teneri nei confronti dei gay. Un esempio italiano è Fabri Fibra con la sua Solo una botta («questo gay mi si avvicina quindi io gli volto le spalle, ma 'sto gay mi tocca le palle io mi scanso verso l' uscita») che scatenò l'ira dell'Arcigay. E, restando in genere, che dire di Eminem, con «vi rompo il culo froci di merda» (tratto dalla sua Marshall Mathers)? Lo stesso attivista Tatchell non esitò a rispondere pan per focaccia al rapper di St. Joseph, commentando il suo modo di agire e di vestire: «Ma non sarà Eminem la checca?».

Antonello Guerrera

da Il Riformista, 03/09/09

Back to Black&White


Hi folks (huh, is there anyone out there following my ramblings?)!

I am back, sorry for my negligence so far, I have been away for a long while indeed. Anyway...here we go, I'll start posting my pieces and ideas again, hope not in vain. Get a glance, if you feel like, I'll have a stance, with or without a mike!

A.G.

Friday, July 17, 2009

Superman, Flash e i 99 eroi islamici Unione possibile?




TEAM-UP. La Dc e la kuwaitiana Teshkeel progettano una miniserie a fumetti che vedrà i giustizieri “infedeli” combattere al fianco di quelli arabi. Tutti uniti contro il male. Ma il sodalizio tra la vamp Wonder Woman e l’eroina col burka Batina instilla dubbi tra i musulmani. Mentre dagli americani partono accuse contro l’editore Usa: «Avete già dimenticato l’11/9».

La parola team-up, nel mondo dei fumetti, ricorre più o meno frequentemente. Nella fattispecie, il team-up è l'incontro-scontro tra due o più supereroi di obiettivi ed estrazione (spesso) differenti. Che siano di editori ed universi a sé - come Zorro e Dracula - o combacianti - vedi l'Uomo Ragno e i Fantastici Quattro della Marvel) - conta poco. Ma dopo qualche scaramuccia/scazzottata i due supereroi capiscono che l'unione fa la forza e sodalizzano contro il male. L'idea di fondo dell'ultima trovata dell'americana Dc Comics e della Teshkeel Comics con sede in Kuwait - ma pregna di autori occidentali - va oltre. Ossia unire in un'edizione speciale i principali personaggi creati dalle vignette della Dc - tra i quali Superman, l'uomo pipistrello Batman, l'avvenente Wonder Woman e la freccia Flash - ai "99" supereroi islamici della Teshkeel, di grande fama nel mondo arabo. Un team-up interreligioso dove però tutti, nonostante i credi differenti, saranno buoni e uniti. La pubblicazione di questa miniserie dovrebbe avvenire nel giro di un anno. E Paul Levitz, presidente ed editor della Dc, ha già sottilineato il momento storico per il mondo dei fumetti: «Si tratta di un progetto multiculturale mai sperimentato prima, abbiamo una lunga tradizione di supereroi che sono stati importati nei paesi arabi, assumendo nel passaggio tratti del paese di arrivo, ma qui siamo un passo più avanti».
I 99 eroi musulmani che andranno a fare squadra con i più famosi Superman e compagni (che una volta formava la "lega della giustizia") sono nati fumettisticamente nel maggio 2006 in Medio Oriente e sono sbarcati in America un anno dopo. Oggi vendono circa un milione di copie l'anno nel mondo arabo, ne verrà ricavato un film (la Endemol l'ha già prenotato) e a marzo è stato aperto il primo dei cinque parchi giochi a tema, progettati in Kuwait. I protagonisti dei 99 non sono affatto estremisti, neanche kamikaze, ma si appellano esplicitamente a valori tipici del mondo islamico. 99 è una cifra potenziale, visto che sinora ne sono stati svelati 23. Seppur creati con l'obiettivo di intrattenere un pubblico multireligioso, pregano e leggono il Corano. E i loro nomi si rifanno proprio ai 99 nomi di Dio citati nel libro sacro dei musulmani. Ma, siccome non possono paragonarsi ad Allah, sono mortali, con tutti i relativi pregi e difetti. E i loro nomi sacri sono senza il prefisso "Al", esclusiva del Dio musulmano: così si presentano come Jabbar ("Colui che costringe al Suo volere"), Raqib ("Colui che veglia") e via dicendo. Non indossano maschere, non hanno identità segrete: si tratta di supereroi normalissimi che però acquistano poteri straordinari dopo aver toccato alcune gemme di potenza e saggezza.
Ma anche nei 99 c'è l'eccezione mascherata. Ossia l'eroina Batina (dall'arabo "batin", invisibile), che indossa un burka nerissimo, ricamato d'oro. E qui, dopo l'ipotesi team-up, sorge un dubbio. Come potrà mai combattere Batina al fianco di una vamp come Wonder Woman? E quest'ultima, quale reazione potrebbe suscitare tra i lettori musulmani? In attesa di notizie livorose dall'Asia e dintorni, alcuni fan americani, poco compiacenti verso il mondo islamico, già si sono scagliati contro la Dc (sul suo sito), in pieno rigurgito 11/9. Uno su tutti: «Grazie Time Warner (il gruppo multimediale cui fa capo la Dc, ndr) per mostrare a tutti da che parte state. A questo punto posso anche aggiungervi nella lista delle compagnie codarde che hanno dimenticato l'Undici Settembre».
Trovare un flebile punto d'incontro tra i supereroi occidentali e islamici non sarà sicuramente facile. La sfida pare più ardua di quella degli anni Settanta, quando la Marvel creò diversi super-eroi pro minoranze (etniche e sessuali): dal nero del ghetto Luke Cage al sovrano africano, monarca ma democratico, Pantera Nera, dal cinese-newyorkese Shang-Chi, il maestro del Kung Fu, a Spider-Woman, per dare anche al mondo dell'uomo ragno la sua quota rosa. Perfino il rilancio degli X-Men, a firma di Chris Claremont, passò per una nuova e tormentata formazione del gruppo più politically correct che contava un indiano, un russo (poi gay, si è scoperto), un sofferente tedesco, un'africana e un canadese. Ma Naif Al-Mutawa, presidente della kuwaitiana Teshkeel, getta acqua sul fuoco per mezzo del Guardian: «Dal primo giorno lavoriamo insieme (alla Dc, ndr). Il nemico non siamo noi, il nemico è la paura. Magari potremmo aprire la serie con i supereroi, di ambedue le parti, che assistono al discorso di Barack Obama al Cairo, con le loro reazioni differenti. Ci sono molte possibilità». Tante quante le responsabilità che, da parte islamica, peseranno sulle spalle dei creatori dei 99, tra cui Fabian Nicieza, Stuart Moore, June Brigman, Dan Panosian e Monica Kubina. I loro curricula culturalmente meticci, tutti con esperienze pregresse in Marvel e Dc Comics, infondono fiducia nel complesso progetto fumettistico. Ma lo stesso Mutawa la dice lunga sull'impresa che attende editori e disegnatori: «È difficile avere una cultura fumettistica nel mondo arabo, perché qui un sacco di roba non arriva o viene censurata. Trattare alcuni temi, vedi la magia, non è proprio permesso».


Antonello Guerrera

da Il Riformista, 07/07/2009

Saturday, July 4, 2009

Epopea Sex Pistols, c'è del marcio in Uk

JULIEN TEMPLE. Torna in dvd il film sulla scandalosa band inglese. Un'onda punk che travolse la Regina, l'establishment e milioni di teenager.


Cosa può spingere Isbn edizioni a pubblicare The Filth and the Fury in dvd, ovvero il secondo film (datato 1999) del regista Julian Temple sulla scandalosa parabola della band Sex Pistols dopo il primo tentativo con The Great Rock and Roll Swindle? La crisi, ovviamente. Economica, ma soprattutto morale. Quella del Regno Unito degli ultimi anni 70, squartato da scioperi di ogni tipo, rivolte sociali, eserciti di clochard-zombie e candido razzismo postvittoriano, partorì cinque mostri punk che misero a ferro e fuoco i palchi, ma soprattutto l'establishment della Corona. Il "marcio" Johnny Lydon "Rotten", Steve Jones, Paul Cook e Glen Matlock - poi sostituito per due anni esplosivi dalla cattivissima leggenda di Sid Vicious - incrinarono ogni formalismo d'oltremanica, sfoderando una violenza cerebrale e culturale senza precedenti contro le convenzioni sociali Brit - emblematico il loro vessillo Anarchy in the UK. Sino a sfidare clamorosamente la Regina e i sudditi durante il Giubileo d'Argento con l'inno nazionale alternativo, l'ultraoltraggioso God Save the Queen, secondo cui Elisabetta è un gerarca fascista e l'Inghilterra ha no future.
Anche se non è affatto un inedito, quello di Temple è un eclettico documentario da riscoprire, che svaria dai cartoon alle pubblicità d'epoca, inframezzati da sketch del mito tutto anglosassone di Riccardo III - puro rigurgito letterario dello "storpio" Johnny Rotten. Nel tentativo di colmare gli iati di The Great Rock & Roll Swindle - da molti considerato troppo incentrato sul controverso manager della band Malcolm McLaren -, il regista fa raccontare i Sex Pistols dai Sex Pistols, tramite folte interviste-silhouette ai componenti del gruppo ed eccezionali filmati d'epoca. Temple realizza un lavoro assolutamente godibile, di facile lettura ed immedesimazione, e nella sua parabola punk rock ci infila di tutto: dal Vicious sfatto e sfregiato che sermoneggia con una svastica sulla t-shirt, a quello devastato dopo il carcere e l'uccisione della ragazza, la spudorata Nancy Spungen; dalle vite rancide di Rotten & Co. alla loro oltraggiosa apparizione in tv da Bill Grundy, dopo la quale l'Inghilterra prima provò ad esorcizzarli, per poi disprezzarli con tutta la saliva possibile - «se ci uccidessero, 56 milioni di nostri connazionali sarebbero contenti», dirà Rotten.
The Filth and the Fury - già Oscenità e Furore alla prima uscita in Italia - è un enciclopedico bignami per capire come e perché i Sex Pistols hanno (mal)formato una certa cultura giovanile del globo, fecondando il punk in Inghilterra dal biennio '76-'77 e travolgendo tutti e tutto, anche il movimento stesso, poi risucchiato dall'establishment perché diventato molto fashion. E lo scenario prethatcheriano di quegli anni ci appare come un anacronistico makeup dei nostri tempi/spazi: poveri in miserabile crescendo, laburisti che hanno perso ogni controllo della classe operaia, razzismo imperante nelle periferie. «Da questa spazzatura nascono i Sex Pistols» che ci racconta Temple. Provocatori, rissosi, inqualificabili gargoyle asociali che erodono l'«ipocrita» tessuto convenzionale inglese, dalla putrida spazzatura della strada a Buckingham Palace, capaci di relazionare la cultura bassa con quella alta, «come faceva Shakespeare» - azzarda Temple nell'interessante libretto allegato al dvd. Che sostiene criticamente e concettualmente il film, con contributi firmati Hugh Barker, Marco Philopat e Temple stesso.
Temple che, come nel suo film precendente, chiosa la leggenda giovanile della band con l'ultimo concerto a San Francisco, sotto gli occhi di Fbi e Cia. Quella sera sul palco i Sex Pistols, tra innumerevoli lanci di bottiglie ed immondizia affine sul palco, suonarono una sola canzone: la cover degli Stooges di Iggy Pop No Fun. Tradotto: nessun divertimento. Poi Rotten prese il microfono e infilzò il pubblico: «Avete mai avuto l'impressione di essere stati imbrogliati?». Il resto, almeno sino alle reunion della band dal '96 in poi, fu silenzio.

THE FILTH AND THE FURY
Julien Temple
Isbn, libro 48 pp. + film 108 min., euro 17,50


Antonello Guerrera

da Il Riformista, 27/06/2009


L'Inghilterra censura i segreti di Hayman

INSIDER. Ritirata l'opera del vice dell'ex capo della polizia Ian Blair. Dalle strategie antiterrorismo all'omicidio De Menezes sino a Litvinenko. Memorie forse troppo scomode dopo le stragi del 7/7.

Una vicenda che rasenta l'assurdo. Ma che, allo stesso tempo, pare nascondere qualcosa di grosso. The Terrorist Hunters, il freschissimo libro dell'ex capo della sezione antiterrorismo di Scotland Yard Andy Hayman, è stato frettolosamente ritirato dagli scaffali delle librerie britanniche a poche ore dalla sua pubblicazione. Un tomo basato sull'esperienza personale di Hayman alle prese con la minaccia fondamentalista islamica che colpì il cuore di Londra il 7/7 del 2005. Un racconto da insider di lusso che però pare abbia coinvolto aspetti che dovevano rimanere nell'ombra. Perché il motivo del ritiro del libro dai negozi e dai distributori online come Amazon non lo sa nessuno. O meglio. Nessuno lo vuol dire.
Il provvedimento censorio, nonostante fossero già state prenotate 2500 copie, è stato deciso in tutta fretta dall'Attorney-General Baroness Scotland of Asthal nella notte tra mercoledì e giovedì. Le motivazioni però, come ha sentenziato l'Alta Corte, saranno fornite soltanto la settimana prossima. Lo stesso autore Hayman ha dovuto tacere sulla vicenda per ragioni legali. E allo stesso modo anche la bocca della casa editrice Random House, che ha pubblicato The Terrorist Hunters (trad. "Caccia ai terroristi"), è rimasta cucita.
Ora la domanda è: quale sarà mai il frutto proibito del diario politico di Hayman che ha generato la sua frenetica ritirata dal mercato inglese? Diversi contenuti di The Terrorist Hunters erano già filtrati nelle scorse settimane, compresi alcuni estratti pubblicati sul Times - del quale Hayman è un'autorevole firma. La materia è scottante. Nel suo libro il responsabile dell'antiterrorismo di Scotland Yard - dimessosi, sbattendo la porta, nel dicembre 2007 - critica senza mezze misure la gestione governativa dell'emergenza estremistica, attaccando soprattutto la Cobra (Cabinet Office Briefing Room A). Un organismo straordinario del governo inglese per contrastare ogni minaccia seriale, dall'influenza aviaria alle bombe nella metropolitana, che viene però disintegrato dalla prosa di Hayman: una commissione «inutile», «controproducente», un'accozzaglia di "esperti" vanesi, profondamente influenzata dalla politica e dalla sua incapacità pratica nel combattere il terrorismo.
Ma le sue frecciate non finiscono qui. Hayman racconta la parabola del capo di Scotland Yard Sir Ian Blair (di cui era il vice), «scaricato» dal neosindaco di Londra Boris Johnson, e dimessosi lo scorso ottobre per le accuse di razzismo, uso illecito di fondi pubblici e per il caso De Menezes, il brasiliano scambiato per terrorista e ucciso in metro per errore dalla polizia nel luglio 2005. Altro mistero analizzato in The Terrorist Hunters mediante numerosi retroscena, vedi il racconto di Hayman e Blair che si apprestano ad affrontare una spinosissima conferenza stampa dopo il misfatto e con il primo che commenta sul secondo: «Non riuscivo a credere a quello che Blair disse su De Menezes».
E poi la «folle» gestione, da parte di Scotland Yard, di fondi e risorse per la sicurezza. Hayman ricorda come si tendesse a tirare la cinghia quando, al contrario, ci sarebbero voluti molti più poliziotti ed agenti in borghese nelle strade britanniche dopo i tragici attentati terroristici. Ultimo, ma non per ultimo, il libro esamina anche il misterioso omicidio al polonio della spia russa Litvinenko, il quale coinvolse pubblicamente il presidente Putin anche per l'uccisione della giornalista Anna Politkovskaya.
Pare tuttavia che The Terrorist Hunters fosse già passato al vaglio, almeno sette giorni fa, di Attorney General, Cabinet Office e Crown Prosecution Service, ossia l'organismo che decide quali casi devono essere giudicati in tribunale. In quell'occasione, tuttavia, non fu ravvisato nulla che potesse giustificare una frenetica censura del libro, quantomeno temporanea. Ma già la settimana scorsa Sir Paul Stephenson, l'erede di Ian Blair a Scotland Yard, aveva giudicato «sorprendente» il fatto che una copia di un libro simile non fosse mai stata sottoposta alla sua analisi prima della pubblicazione.
Il mistero, al momento fittissimo, continua ad aleggiare tra i sotterranei della sicurezza britannica, in tempi già critici vista la contemporanea inchiesta sulla guerra in Iraq. Un mistero che, tuttavia, ricorda un episodio molto simile accaduto ben 24 anni fa. Quando Spycather, ossia l'autobiografia dell'ex agente dei servizi segreti MI5 Peter Wright, venne letteralmente bandito dall'Inghilterra thatcheriana fino al 1987. In quell'occasione i giornali non esitarono a definire la situazione farsesca. Oggi, a leggere i commenti delle testate oltremanica, la giustizia britannica pare tornare sui suoi passi. Falsi.

Antonello Guerrera
da Il Riformista, 04/07/09

Saturday, June 20, 2009

«Non ho scritto un sequel. Ma Holden è anche mio»



INTERVISTA. Parla Fredrik Colting, lo svedese portato in tribunale da Salinger per il suo “Sessant'anni dopo”, che ritrae un vecchio Holden in ospizio. «Una mossa folle. L'arte deve essere di tutti». Non è stata una furbata commerciale? «Falso, la mia storia è unica». E una sorpresa: «A Salinger preferisco sempre Moravia».

Se voleva provocare un putiferio mediatico, John David California, pseudonimo yankee dello scrittore umoristico svedese Fredrik Colting, ci è riuscito benissimo. Il suo 60 Years Later - Coming Through the Rye, sequel più che annunciato del Giovane Holden di Jerome David Salinger, ha risvegliato dal torpore l'anziano scrittore americano. Che, nonostante viva da decenni in reclusione totale nella sua casetta di Cornish - un paesucolo di mille abitanti dello stato del New Hampshire - ha fatto sentire la sua profonda voce, portando Colting in tribunale. Perché lo svedese avrebbe usato per il suo libro i protagonisti di The Catcher in the Rye (intraducibile titolo originale del capolavoro di formazione di Salinger), pur non detenendone alcun diritto.
Per adesso Salinger ha vinto. Due giorni fa la Corte distrettuale di New York ha bloccato temporaneamente la pubblicazione dell'opera di Colting, prevista negli Stati Uniti per settembre, per verificare se il caso rientra nel vituperato principio del “fair use”, del “giusto utilizzo”. 60 Years Later, infatti, presenta un Holden Caulfield ultrasettantenne ed incartapecorito. Che, invece di scappare dal collegio - come narrava Salinger -, va via dall'ospizio. Incipit che, come il resto del libro, non è stato molto gradito dallo scrittore americano.
Ma cosa ne pensa di tutto questo Fredrik Colting alias California? Il Riformista ha raggiunto l'uomo, ad oggi, probabilmente più odiato da Salinger.

Mr. Colting, prima di tutto, perché il soprannome John David California? Le piace così tanto l'America?
No, il mio nickname non c'entra nulla con l'America e Salinger. Semplicemente, mi piace come suona, non c'è alcun significato nascosto in esso. Utilizzo due nomi perché, oltre ad essere scrittore, sono anche un editore, tendo sempre a differenziare le mie professioni.

Quando ha letto “Il giovane Holden” per la prima volta? E come è nata l'idea di farne un sequel?
L'ho letto a scuola, avevo quindici anni se non ricordo male. Ma, e qui devo sfatare un mito oramai mondiale, il mio libro non è un sequel.

Però, scusi, dal titolo il suo libro sembra proprio un sequel...
Sì, è vero, ma la sua trama, seppur utilizzi personaggi del Giovane Holden, non costituisce un vero e proprio seguito, perché la storia non si concentra su Caulfield diventato anziano. Il mio 60 Years Later è composto da ben 25 personaggi, quasi totalmente inventati da me. Tra questi, ci sono anche Holden, la sorella Phoebe, il fratellino Allie (già morto nel romanzo dell'americano, ndr) e Salinger stesso.

Salinger stesso?
Sì. Nel mio libro Salinger morirà presto e lotta con i suoi personaggi, invecchiati con lui - uno scenario che, tuttavia, avrei potuto descrivere con qualsiasi altro scrittore. Si parla di cosa hanno fatto dagli anni del romanzo ai nostri tempi, con lo scrittore e Holden su tutti. In 60 Years Later Salinger vuole uccidere i suoi personaggi, perché sono diventati troppo famosi per i suoi gusti, come lui. Perciò, vuole farli fuori tutti per portarseli con sé nella tomba.

Mentre lei, Mr. Colting, vuole portarla in tribunale...
Non capisco perché Salinger abbia intentato una causa simile. Secondo me 60 Years Later non l'ha letto neanche. Il suo giovane agente deve aver spulciato qualcosa del mio libro, mentre era in vendita in Inghilterra (dove lo è stato per una settimana e poi è stato ritirato dal mercato per le beghe legali, ndr), e deve averlo convinto a fare questa mossa folle. Del resto come ha mai potuto comprarlo se se ne sta sempre chiuso in casa? Ad ogni modo, sono ottimista. Tra due settimane dovremmo ripubblicare il libro nel Regno Unito, mentre anche per gli Usa, credo che in autunno non ci saranno problemi. In Italia c'è già qualche editore che vuole tradurlo, ma il mio agente non mi ha detto quali.

E che risponde a coloro che sostengono che la sua è stata solo una mossa commerciale?
Che si sbagliano. Il mio libro è totalmente diverso da quello di Salinger, è una storia unica. Io dico di leggerlo prima, ma il 99% di quelli che mi criticano non l'ha neanche letto il libro. Ovvio che sono stato ispirato da Salinger, ma qui giace il significato dell'arte. Gli artisti possono prendere spunto l'uno dall'altro se non copiano spudoratamente. Le storie di detective e noir, in questo caso, sono emblematiche. Perché in questi casi non si dice nulla? Eppure la bellezza dell'arte è proprio questa.

Che ne pensa delle attuali leggi sul copyright? Tra l'altro il suo paese, la Svezia, è la patria del caso Private Bay e anche del primo parlamentare “pirata” Ue.
Le attuali leggi non sono adeguate ai tempi che corrono. Il mondo e i suoi prodotti, veri o realistici, appartengono a tutti, non si può avere un copyright su ogni cosa. Certo un compenso minimo per gli artisti è necessario, altrimenti noi scrittori non potremmo vivere del nostro lavoro. Ma d'altra parte tutti dovrebbero avere accesso all'arte come informazione libera, senza restrizioni di sorta. Ma è un equilibrio difficilissimo da trovare, l'unico ago della bilancia dovrebbe essere il common sense, il senso comune, di addetti ai lavori e fruitori.

A proposito di addetti ai lavori, quali sono i suoi colleghi scrittori preferiti? Immagino che Salinger occupi un posto di riguardo nelle sue classifiche personali...
Ma vede, mica tanto! Voglio dire, Salinger mi piace moltissimo, ma non è in cima alla lista dei miei favoriti. Preferisco altri, in particolar modo Haruki Murakami e Alberto Moravia.

Ma lei che è svedese, che ne pensa del fenomeno Larsson e del filone noir nordico che impazza in tutto il mondo?
Ah, non penso nulla. A me il suo genere non piace. E non ho mai letto niente di simile.

Antonello Guerrera

Da Il Riformista, 19/06/09

Sunday, June 14, 2009

Mino Raiola, l'ex pizzaiolo mangia calcio

DA NOCERA A MONACO. La sua agenzia di compra-vendita ha sfornato operazioni d’oro per i suoi assistiti Nedved, Ibrahimovic, Maxwell e tutti gli altri campioni o meteore. Parla sei lingue, «l’italiano peggio». Ma, grazie a metodi di scuola Moggi, quando c’è da trattare lo capiscono tutti. E spesso obbediscono.


Stadio Olimpico di Torino, 31 maggio 2009. In campo ci sono la Juventus dell'ex traghettatore - poi allenatore full-time - Ciro Ferrara e la Lazio del sempre più ex mister Delio Rossi per l'ultima giornata di Serie A. La posta in palio del match è vacua. I biancocelesti, freschi bardati di Coppa Italia, sono in Uefa e tranquilli a metà classifica. La Vecchia Signora si è guadagnata la qualificazione diretta in Champions League sette giorni prima. La partita finisce 2-0 per la Juve grazie a una doppietta del sempre più decisivo Iaquinta.
In verità, Juve-Lazio vale più di quel che sembra. È l'ultima del campione ceco Pavel Nedved su un campo di calcio. Tanto che, a fine partita, l'ex Pallone d'Oro biondo platino di Cheb viene osannato dai paganti e dai compagni di squadra per il suo addio al calcio. Lacrime, abbracci e assordanti fanfare di «grazie» tingono di cupa tristezza il cielo di Torino - nell'attesa che il neoacquisto Diego possa schiarirlo.
Ma la festa, un po' come accaduto la settimana prima a Paolo Maldini, viene rovinata. Mino Raiola, il procuratore di Nedved, dichiara alla stampa pochi minuti dopo il commiato del popolo juventino al ceco: «Fra dieci giorni comincerà a stufarsi e vorrà riprendere a correre. Fino al primo settembre cercherò di piazzarlo nelle migliori squadre del mondo». Un fulmine a cielo già rabbuiato per i tifosi bianconeri, che stentano a credere alle rivelazioni del procuratore.
Pavel non ha mai smaltito la delusione di aver mancato la sua unica finale di Champions League. Quella del 2003 all'Old Trafford di Manchester contro il Milan, sfuggitagli per un inutile fallo sull'inglese McManaman nella semifinale di ritorno contro il Real Madrid, a risultato già acquisito. Un costante rimorso che, probabilmente, lo spingerebbe a sgobbare per un'altra stagione, pur di prendersi la rivincita. Ciononostante, non è la prima volta che Nedved, ma forse sarebbe meglio dire Raiola, punta i piedi alla Juve. Qualche anno fa lo bramava intensamente l'Inter di Mancini. Nella circostanza, a contratto del ceco in scadenza, Raiola strappò alla neodirigenza Juve la modica cifra di 3,8 milioni di euro l'anno per il rinnovo dell'ala trentacinquenne.
Un grande colpo per Carmine "Mino" Raiola, 41enne di Nocera Inferiore, fedelissimo della precedente Juve di Luciano Moggi. Ma arrivare a tali vette calcistiche non è stato un gioco da ragazzi. Appena nato, Mino si trasferisce con la famiglia dalla Campania ad Haarlem. Haarlem non il quartiere afro-black di New York (che comunque sfoggia una "a" in meno), bensì la piccola cittadina olandese a 20 km ad ovest di Amsterdam. Dove fa il pizzaiolo nel ristorante di famiglia. Un business redditizio, visto che i Raiola, dopo poco tempo, aprono un'altra decina di locali. Gli olandesi chiamano Mino «mangia-spaghetti», lui ribatte con «mangia-patate». Capiranno presto che il mangia-spaghetti di Nocera non s'intende solo di cucina italiana.
Raiola, infatti, entra nella dirigenza della squadra dell'Haarlem a 18 anni. Di lì comincia a frequentare i locali di Amsterdam colmi di giovani calciatori da assistere. Che questo sia il mestiere del futuro, Raiola lo capisce subito. La legge Bosman del 1995, che liberalizza la circolazione dei calciatori, ne sarà la conferma.
Il primo contatto con la Serie A è con il Napoli del corregionale Ferlaino. Raiola ha sotto mano una giovane promessa olandese, un certo Dennis Bergkamp. Per due miliardi di lire l'affare si può fare e il presidente partenopeo ha la parola del pizzaiolo olandese. Ma Raiola fiuta un affare migliore e si rimangia tutto. Bergkamp finisce all'Inter per 20 miliardi. L'amore tra Mino e Napoli sfiorisce prima del nascere.
Raiola, però, sa bene che nell'Italia anni 90, con la Serie A molto più appetibile di oggi, ci sono le uova d'oro. Oltre a Bergkamp, i primi contatti si materializzano con l'Udinese per il trio Genaux-Walem-Amoroso e con il Foggia per l'olandese Roy. Presto però, tramite l'allenatore dei pugliesi Zdenek Zeman, Raiola mette le mani su un giovanissimo Pavel Nedved. La svolta, coronata dal passaggio del ceco alla Juve nel 2001, è arrivata. L'attico a Montecarlo - dove tuttora risiede e gestisce la sua agenzia di gestione calciatori Sportman - pure.
Nel consueto ritrovo dei lancieri dell'Ajax, il Palladium Bar di Amsterdam, il poliglotta Mino - padroneggia sei lingue, l'italiano è quella, per sua ammissione, «che parla peggio» - accoglie sotto la sua chioccia la sua futura fortuna. Lo juventino Grygera, la meteora romanista Mido, il terzino dell'Inter Maxwell e, soprattutto, quel geniaccio di Zlatan Ibrahimovic. Che in Olanda, a suon di gol e numeri di alta scuola, viene presto paragonato a Van Basten ed accostato ai top team europei.
Proprio tramite lo svedese, Raiola comincia a tessere l'arazzo che lo legherà a Luciano Moggi, conosciuto, si dice, proprio in uno dei ristoranti di famiglia. Leggendarie le trattative per portare Ibra a Torino, rivelate dalle intercettazioni dell'inchiesta Calciopoli. Zlatan vuole andar via dall'Ajax. La Juve è interessata, ma ci sono anche Roma, Lione e Monaco. «Se entro una settimana questo non è alla Juventus sono c... tuoi» dice Moggi a Raiola a metà 2004, «tu e Ibra continuate a fare la guerra, non mandarlo ad allenarsi. Il Lione e il Monaco offrono 20 milioni? Ibrahimovic viene alla Juve per 12 milioni, a questo ci devi pensare tu». Risponde Raiola: «Domani tengo il giocatore a casa tutto il giorno, all'allenamento non si presenta. Io, poi, ho un appuntamento con i dirigenti dell'Ajax a mezzogiorno, ma mi presento alle due». Dopo poche settimane, Zlatan andrà alla Juve per poco meno di venti milioni, con gli olandesi che ne chiedevano trenta. Complice uno strano litigio tra lo svedese e il condottiero dei lancieri Van Der Vaart (oggi espatriato al Real). Si dice che l'attaccante avesse preteso la sua fascia di capitano per rimanere.
All'arrivo di Ibra a Torino nell'agosto 2004, ci si chiede quale potrà essere la convivenza tra il nuovo acquisto e i totem Del Piero e Trezeguet (che, tramite lo stesso Raiola, Moggi aveva tentato di svendere a prezzi ragguardevoli al Real di Florentino Pérez). Il procuratore è laconico: « Se Zlatan è venuto in Italia, lo ha fatto per giocare». Punto.
E sarà così. Ibrahimovic gioca sempre, a scapito del capitano juventino, segna, sazia le folle di funambolismi improbabili per un sarchiapone della sua stazza. Ma il matrimonio con la Vecchia Signora si rompe presto. Addirittura 5 mesi prima di Calciopoli, come ha rivelato successivamente lo stesso procuratore. Gennaio 2006, Ibra vuole andare via. Moggi chiede a Raiola di procurarsi da qualche club la stessa cifra della vendita di Zidane (140 miliardi di lire) per sbarazzarsi dello svedese. Non ci sarà tempo. Scoppia lo scandalo, Ibra e Raiola puntano i piedi, la nuova società bianconera di Cobolli, Secco e Blanc fa di tutto per trattenere il fuoriclasse, ma non può nulla. Zlatan fugge all'Inter per una ventina di milioni di euro. Meglio di niente. Perché, come rivelato sempre da Mino, con Calciopoli, se avesse voluto, «Ibra avrebbe rescisso il contratto e sarebbe andato al Real Madrid a parametro zero». Oggi la storia si ripete all'Inter e le recenti dichiarazioni dello svedese - «So già dove andrò a giocare» - e del suo procuratore - «se Zlatan decide di andar via, andrà via di sicuro. Nei suoi precedenti trasferimenti è stato il giocatore a imporre la sua volontà» - sono conferme lapalissiane.
Ma lo svedese, che secondo il suo procuratore «vale più di Kakà e Cristiano Ronaldo messi insieme», non è il solo scossone del terromoto Raiola. Il terzino Maxwell, finito nel dimenticatoio di Mourinho dopo l'esplosione del «predestinato» (Lippi dixit) Santon, è un'altra spina nel fianco per i nerazzurri. E per un suo giocatore Raiola non si ferma davanti a nulla, neanche davanti a Zlatan: «Se non ti chiami Ibra, all'Inter con Mourinho sei finito» ha detto per difendere Maxwell. Tanto che avrebbe già offerto il brasiliano ai cugini del Milan, per raggelare ancora di più i rapporti tra le due squadre milanesi, già molto freddi dal caso Vieri e da quando lo stesso Ibrahimovic e Raiola scelsero il trasferimento all'Inter nel 2006, nonostante l'accordo con i rossoneri fosse praticamente concluso. Ciliegina sulla torta le frasi sul milanista Gattuso in occasione della vittoria del Pallone d'Oro di Pavel Nedved: «Lo dedichiamo a lui, che lo non vincerebbe nemmeno con tutti gli sponsor del mondo. Al massimo, gli daranno il pallone di piombo come peggiore calciatore italiano».
Tutto questo è Raiola. Mai (o quasi) fidarsi del "domatore di leoni" di Haarlem (come si definisce lui stesso). Parlare in maniera obliqua - vedi Ibra che «rimane al 99,9% all'Inter, come Mourinho» -, sedersi ad un tavolo e risucchiare quanto più denaro e diritti d'immagine alle società è il suo mestiere. Ama da matti il rischio nel gioco al rialzo economico e nella sfrontatezza nei confronti dei datori di lavoro del suo assistito. Altrimenti Ibra difficilmente godrebbe dell'ingaggio calcistico più alto del pianeta (circa 12 milioni di euro all'anno, due in più del neomadridista Kakà), nonostante la sua costante irrequietezza nerazzurra. Senza contare le incursioni in trattative non propriamente sue. Tra alti - l'ammutinamento romanista di Emerson per farlo firmare con la Juve - e bassi - il mancato convincimento dell'altro giallorosso Mancini a trasferirsi a Torino. Perché nel calcio di oggi comandano i procuratori come Raiola, Bronzetti, Morabito. Nel calcio di oggi ambasciator porta pena. Tanta pena.

Antonello Guerrera

da Il Riformista, 14/06/2009

Friday, June 12, 2009

Libri online, gli Usa indagano sul colosso Google




















A volte neanche essere a strett
o contatto con l'uomo più potente della Terra rende la vita più facile. Il Ministero della Giustizia americano, infatti, ha formalmente avviato un'indagine sull'accordo tra Google, editori e associazioni di scrittori americani, stipulato lo scorso anno, per scannerizzare 15 milioni di libri dalle biblioteche Usa e metterli a disposizione degli utenti su Internet. Una rivoluzione digitale che, con l'avvento dell'E-Book, sta mettendo piede anche nel mondo letterario, dopo aver modificato corposamente le strategie di mercato di cinema e musica. Ma che ha fatto drizzare le orecchie dell'Antitrust Usa. E gli strettissimi rapporti tra il colosso californiano e la Casa Bianca non sono bastati per evitare l'inchiesta. Nonostante l'amministratore delegato di Google Eric Schmidt sia consigliere personale di Barack Obama, nonostante il Presidente sia stato eletto anche grazie alla risonanza avuta su Youtube (gruppo Google). E nonostante, proprio in questi giorni, Andrew McLaughlin sia stato solo l'ultimo dirigente del motore di ricerca più famoso del mondo ad entrare nello staff della Casa Bianca dopo Katie Jacobs Staunton, Craig Mundie e, ovviamente, lo stesso Schmidt.
Già in maggio, tuttavia, da alcune fonti si era appreso come il Dipartimento di Giustizia si stesse apprestando ad una mossa simile. L'amministrazione Obama ha avviato le procedure del cosiddetto Cid (Civil Investigative Demands) nei confronti di Google, editori ed autori coinvolti nel patto stipulato che, in queste condizioni, in futuro potrebbe subire uno stop dall'Antitrust. Il motivo scatenante dell'inchiesta sarebbe il tentativo del colosso californiano di monopolizzare la digitalizzazione dei libri. Dal 2004, infatti, Google ha messo gli occhi su saggi, enciclopedie e romanzi, cominciando a scannerizzare su larga scala dalle biblioteche americane, appellandosi al principio statunitense dell'"uso giusto" - un po' come ha fatto l'artista Fairey del ritratto di Obama Hope, ricavato da una foto dell'Ap. Ma la protesta di autori ed editori per violazione delle regole di copyright è sfociata, un anno dopo, in una class action che ha estorto a Google l'impegno di devolvere il 63% dei proventi della messa online dei libri ai titolari dei diritti delle opere e 125 milioni di dollari per chiudere la questione giudiziaria.
Ma questo patto (che deve essere ancora ratificato dalla giustizia americana) non ha azzerato le polemiche su altri aspetti oscuri della faccenda. Innanzitutto, gli autori coinvolti nella digitalizzazione di Google Books possono sì richiedere formalmente di rinunciare alla messa online della propria opera. Ma se non lo faranno entro il 4 settembre - la deadline, originariamente fissata per il 5 maggio, è stata ritardata dalla Corte Federale di New York - perderanno i diritti digitali sulla loro opera. E poi c'è il problema dei libri non protetti da copyright, che verrebbero adottati in massa da Google Books. In questo modo la società californiana potrebbe porre una pietra miliare per il monopolio dei libri su Internet. Senza contare che un'importante quantità di volumi non americani, ma presenti nelle librerie Usa, è stata già scannerizzata da Google Books senza il previo consenso dei detentori dei diritti. Di qui le recenti proteste, anche governative e supportate dall'annuncio di un'inchiesta della Commissione Europea, di Francia, Gran Bretagna e Germania. Proprio gli autori tedeschi hanno lanciato il cosiddetto "Appello di Heidelberg", per denunciare il furto di proprietà intellettuale ai loro danni.
Da parte sua Google, tramite il Ceo Schmidt e il responsabile degli affari legali dell'azienda David Drummond, ha respinto le accuse e ha semplicemente dichiarato che il gruppo è disposto «ad essere sottoposto ad ispezioni, quale che sia il governo» e che farà di tutto per fare luce sulla vicenda. Tuttavia, non è la prima volta che Google viene accusata di monopolio in diversi ambiti del mercato mondiale. La stessa Microsoft di Bill Gates, già multata una volta dall'Antitrust Ue, sta ora soffiando sul fuoco per spingere gli organi di controllo a scrutinare i metodi con cui opera il colosso della Rete. Senza contare le polemiche sulla supremazia degli annunci pubblicitari sul Web da parte di Google, ultima quella correlata al "copia-incolla" dei flash di agenzia che ha fatto infuriare l'Ap. La stessa amministrazione Bush nel 2008, del resto, aveva già minacciato di bloccare Schmidt e compagni nel caso in cui Google avesse stretto un accordo con Yahoo per la pubblicità.
La digitalizzazione di milioni di libri per soddisfare la sete di sapere degli internauti di tutto il mondo avrebbe i suoi indubbi ed eruditi lati positivi. Ma, ancora una volta, la superpotenza Internet ha messo spalle al muro i produttori di cultura mondiali di musica, cinema, e ora anche libri. Che spesso non sanno che pesci prendere, tra censura e libero sapere. Mentre in Francia l'agognata legge antipirateria (quella della revoca di Internet in caso di download casalinghi illegali) è stata dichiarata anticostituzionale, Schwarzenegger in California chiede di digitalizzare in massa i libri scolastici e in Svezia i pirati informatici hanno appena ottenuto un seggio nel Parlamento Europeo. Una cosa è chiara: le battaglie legali per una chiara regolamentazione di Internet e dei suoi prodotti dureranno ancora per molto.


di Antonello Guerrera

da Il Riformista, 12/06/2009

What's the Times?